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Duetto surrealista / Pierre Reverdy e Aime Cesaire


A tredici anni dalla morte, l’opera di Aimé Césaire, padre della Negritudine, non è purtroppo ancora molto conosciuta neanche in Francia, nonostante la grande stima dimostrata a suo tempo da André Breton: «un giorno mi ha regalato una copia del suo Quaderno di un ritorno al paese natale, nella piccola tiratura di una rivista parigina in cui il poema era passato inosservato nel 1939, mentre quest’opera era niente meno che il più grande monumento lirico del nostro tempo. Mi ha offerto la più ricca delle certezze, quella che non ci si può aspettare da se stessi: il suo autore aveva fatto proprio ciò che non ho mai creduto giusto e, incontestabilmente, aveva vinto… La poesia di Césaire, come tutta la grande poesia e tutta la grande arte, acquista valore al più alto grado per via del suo potere di metamorfosi… a partire dai materiali più screditati: sappiamo che non è più l’oro la pietra filosofale ma la libertà… Si iscrive nel suo carattere ciò che il surrealismo ha reso esplicito fin dal primo articolo del suo programma: la ferma volontà di dare il colpo di grazia al preteso buon senso» (1947). Césaire è stato infatti un interprete sensibile e esotico dell’esperienza surrealista, e ciò appare lampante in questo scritto su Isidore Ducasse: «La poesia di Lautréamont, bella come un decreto d’esproprio… ammucchia in ammassi lirici e pallidi - come cadere nella cancrena della sera dalle dita di un pero tropicale - le trombe del morto di comica filosofia che eleva a dignità di meraviglia un universo gerarchizzato, l’uomo, piedi, mani e ombelico - urlato con i pugni contro lo sbarramento del cielo… Il primo ad avere capito che la poesia comincia con l’eccesso, la dismisura, le ricerche pestate di divieto, nel gran tam-tam cieco, fino all’incomprensibile pioggia di stelle» (1943). È stato, insomma, un Whitman caraibico e arrabbiato. I brani che proponiamo provengono proprio dal Quaderno.


Di Pierre Reverdy, grande poeta della Linguadoca, amico di geni come Picasso, Braque, Matisse e Apollinaire, ingiustamente trascurato ma anticipatore di movimenti formali e temi che hanno trovato poi ampio utilizzo, proponiamo un’agile antologia della sua produzione prebellica. La poesia di Reverdy, pur avendo una matrice cubista ed essendo contemporanea alla Recherche, si caratterizza per una spiccata autonomia rispetto alle mode estetiche. Reverdy fu infatti un autore appartato e solitario, dedito a un’ininterrotta ricerca dell’eterno nel quotidiano: «Non avrei mai voluto rivedere il tuo viso triste… Ci siamo ritrovati faccia a faccia / Guardandoci senza dirci niente / E non avevo più abbastanza spazio per ripartire // Sono rimasto a lungo legato all’albero / Con il tuo amore terribile davanti / Più angosciato che dentro un incubo / Qualcuno più grande di te alla fine mi ha liberato / Tutti gli sguardi sconsolati mi inseguono / E questa debolezza contro la quale non possiamo lottare // Sono andato rapidamente verso la cattiveria / Verso la forza che addestra i suoi pugni come armi / Sul mostro che mi ha attirato dalla tua dolcezza con le unghie / Lontano dall’abbraccio molle e dolce delle tue braccia / Me ne vado respirando a pieni polmoni / Attraverso i campi attraverso i boschi / Verso la città miracolosa dove il mio cuore batte». Un autore che Breton, Eluard e Aragon dichiareranno il «più grande poeta» e di cui Tristan Tzara scriverà un indimenticabile coccodrillo: «Sarà una delle vergogne del nostro tempo il non aver saputo mettere Pierre Reverdy al posto che gli spetta e che è certamente tra i più elevati. Se, nella linea che va da Baudelaire, da Mallarmé e da Rimbaud a Saint-Pol-Roux, Jarry e Apollinaire, Reverdy trova il suo posto naturale accanto a Max Jacob e a Blaise Cendras. Il disinteresse della nostra epoca per la sua prestigiosa maestria, per la profondità raggiunta da questo poeta, non dovrebbe essere inteso che come un insulto allo spirito… la cui poesia è un atteggiamento nei confronti della vita, una concezione del mondo che non potrebbe essere distaccata dalla coscienza del poeta, dovrebbe servire da modello alle nuove generazioni. È nel fondo specifico della sua purezza che occorrerà cercare l’esempio di un’incrollabile integrità, di una volontà creatrice che esclude qualsiasi idea di concessione o di compiacimento».

Alberto Pellegatta



PIERRE REVERDY



VOYAGES TROP GRANDS



C’était peut-être la première fois qu’il voyait quelque chose de clair. Il se sentait accroché au dernier wagon du train de luxe pour quelque destination magnifique et regardait distraitement le paysage qui allait, à rebours, bien plus vite que lui. Avec la somme de tous les détails perdus ou aurait fait un nouveau monde ; mais lui n’avait besoin de rien. De son rôle, qu’il jouait le plus grand sérieux, il lui manquait la signification.

Les plus grandes gares n’avaient pas assez de bruit pour l’émouvoir ; au coin de toutes les collines il comprenait mieux l’isolement des maisons blanches. Quand on longeait la mer il ne voyait que les voiles des barques qui en précisaient l’étendue.

Tout est inerte et trop grand pour ses yeux et son cœur. Sa tête doit rester vide et rien ne pourrait la remplir.

Quand il revenant enfin là d’où il était parti, sa tâche bien remplie, sa journée faite il ne pensait qu’au petit coin de terre où sa vie contenait, où il aurait la place juste pour mourir.


*


VIAGGI TROPPO GRANDI



Era forse la prima volta che vedeva qualcosa chiaramente. Si sentiva agganciato all’ultimo vagone di un lussuoso treno per qualche destinazione magnifica e guardava distrattamente il paesaggio che andava al contrario, molto più veloce di lui. Con la somma di tutti i dettagli perduti si sarebbe potuto fare un mondo nuovo; ma lui non aveva bisogno di niente. Del suo ruolo, che eseguiva con la maggior serietà possibile, gli sfuggiva il senso.

Le più grandi stazioni non avevano abbastanza rumori per commuoverlo; negli angoli tra le colline sentiva l’isolamento delle case bianche. Costeggiando il mare non vedeva che vele di barche a definire le linee.

Tutto è inerte e troppo grande per i suoi occhi e per il suo cuore. La sua testa deve restare vuota e niente può riempirla.

Quando alla fine ritorna là dove era partito, il compito ben eseguito, terminata la giornata, non pensa che al piccolo angolo di terra che contiene la sua vita, dove troverà posto solo per morire.


(da Poesie in prosa, 1915)


*


LE BILBOQUET



J’ai trouvé des boule set des tuyaux et une tête de bois, la bouche ouverte; et la foule riait. Sur la barrière, la foule riait. Elle était venue là pour rire.

Et moi, moi qui ne savais pas pourquoi j’étais venu ; avec ma boule, ma tête, et mes tuyaux, peut-être plus bizarre à moi seul que tous ces objets réunis, je n’osais plus m’en aller.


*


LO SVAGO



Ho trovato palle e tubi e una testa di legno dalla bocca aperta; e la folla rideva. Sullo spiazzo, la folla rideva. Era venuta lì per ridere.

E io, io che non sapevo perché fossi venuto; con la mia palla, la mia testa, e i miei tubi, forse più strano che tutti questi oggetti messi insieme, non osavo andarmene.


(da Poesie in prosa, 1915)

*


HORIZON



Mon doigt saigne

Je t’écris

Avec

Le règne des vieux rois est fini

Le rêve est un jambon

Lourd

Qui pend au plafond

Et la cendre de ton cigare

Contient toute la lumière


Au détour du chemin

Les arbres saignent

Le soleil assassin

Ensanglante les pins

Et ceux qui passent dans la prairie humide


Le soir où s’endormit le premier chat-huant

J’étais ivre

Mes membres mous pendent là

Et le ciel me soutient

Le ciel où je lave mes yeux tous les matins

Ma main rouge est un mot

Un appel bref où palpite un sanglot


Du sang versé sur le papier buvard

L’encre ne coûte rien


Je marche sur des taches qui sont des mares

Entre des ruisseaux noirs qui vont plus loin

Au bout du monde où l’on m’attend

C’est la fontaine ou les gouttes de sang qui coulent de mon cœur que l’on entend


Un clairon dans l’azur sonne la générale.


*


ORIZZONTE



Il mio dito sanguina

Ti scrivo

Con questo

Il regno dei vecchi re è finito

Il sogno è un prosciutto

Pesante

Che pende dal soffitto

E la cenere del tuo sigaro

Contiene tutta la luce


Alla curva del camino

Gli alberi sanguinano

Il sole assassino

Insanguina i pini

E chi passa nella prateria umida


La sera in cui si è addormentato il primo barbagianni

Ubriaco

Le mie gambe stanche pendevano laggiù

E il cielo mi sosteneva

Il cielo a cui alzo gli occhi tutte le mattine

La mia mano rossa è una parola

Un breve appello in cui palpita un singhiozzo


Del sangue versato sulla carta assorbente

L’inchiostro non costa nulla


Cammino su pozzanghere che sono paludi

Tra rigagnoli neri che vanno lontano

Ai limiti del mondo dove mi attende

La fontana in cui si ascoltano le gocce di sangue che colano dal cuore


Una tromba nell’azzurro suona l’adunata.


(da Qualche poesia, 1916)


*


LE VOILE DU TEMPS



Le temps passe à des gens plus vieux. La lumière froide qui sort de leurs yeux n’appelle pas le jour. Ils regardent en dedans pour rien voir. Des gens, des souvenirs pénibles y remuent. Parfois des formes se précisent et leurs têtes se penchent lentement. Ils sont émus.


Entre les fenêtres qui croisent on n’écoute pas. Le soir vient et la lampe traverse la maison. Un oiseau de nuit chante, une voix de femme lui répond. Mais celui qui est parti n’est pas encore revenu.


A genoux devant son image elle demande pardon. Un son de cloches frôle le toit, une ombre a remué dans le rideau du fond. Une pluie d’étoiles descend du cadre où il y a un mort. Le feu d’en bas s’éteint peu à peu.


Devant la porte par où les vieillards sont sortis il ya un trou et un voile de neige qui tombe pour nous empêcher de voir. Le vent qui souffle nous fait trembler - ou la peur qui vient des limites qu’on ne connaît pas.


*


IL VELO DEL TEMPO



Il tempo passa per le persone più vecchie. La luce fredda che esce dai loro occhi non richiama il giorno. Guardano all’interno per non vedere niente. Persone, souvenir penosi e mossi. A volte forme così precise, le loro teste si chinano lentamente. Sono commossi.


Attraverso le finestre socchiuse non si sente niente. Viene la sera e la lampada attraversa la casa. Un uccello notturno canta, una voce di donna gli risponde. Ma chi è partito non è ancora tornato.


In ginocchio davanti alla propria immagine lei chiede perdono. Un suono di campane sfiora il tetto, un’ombra si è mossa sulla tenda del fondo. Una pioggia di stelle scende dalla cornice dove si trova il morto. Il fuoco in basso si spegne a poco a poco.


Davanti alla porta da dove i vegliardi sono usciti c’è un buco e un velo di neve che cade per impedirci di vedere. Il vento che fischia ci fa tremare - o la paura che viene dai limiti che non conosciamo.


(da La Lucarne ovale, 1916)


*


SURPRISE D’EN HAUT


Au fond du couloir les portes s’ouvriront

Une surprise attend ceux qui passent

Quelques amis vont se trouver là

Il y a une lampe qu’on n’allume pas

Et ton œil unique qui brille.


On descend l’escalier pieds nus

C’est un cambrioleur ou le dernier venu

Qu’on n’attendait plus

La lune se cache dans un seau d’eau

Un ange sur le toit joue au cerceau

La maison s’écroule


Dans le ruisseau il y a une chanson qui coule


*


SORPRESA DALL’ALTO



In fondo al corridoio si apriranno le porte

Una sorpresa attende chi passa

Qualche amico si vuol far trovare già lì

C’è una lampada che non si accende

E il tuo solo occhio che brilla


Si scende la scala a piedi nudi

È un ladro o l’ultimo arrivato

Che non si aspetta più

La luna si nasconde in un secchio d’acqua

Un angelo sul tetto gioca con il cerchio

La casa crolla


Nel ruscello cola una canzone


(da La Lucarne ovale, 1916)


*


VIEUX PORT



Un pas de plus vers le lac, sur les quais, devant la porte éclairée de la taverne.

Le matelot chante contre le mur, la femme chante. Les bateaux se balancent, les navires tirent un peu plus sur la chaîne. Au-dedans il y a les paysages profonds dessinés sur la glace ; les nuages sont dans la salle et la chaleur du ciel et le bruit de la mer. Toutes les aventures vagues les écartent. L’eau et la nuit sont dehors qui attendent. Bientôt le moment viendra de sortir. Le port s’allonge, le bras sa tend vers un autre climat, tous les cadres sont pleins de souvenirs, le rues qui penchent, les toits qui vont dormir.

Et pourtant tout est toujours debout prêt à partir.


*


VECCHIO PORTO



Un passo in più verso il lago, sulla banchina, davanti alla porta illuminata di una taverna.

Il marinaio canta appoggiato al muro, la donna canta. I battelli si bilanciano, le navi tirano un po’ di più l’àncora. Dentro ci sono paesaggi profondi disegnati sul ghiaccio; le nuvole sono in sala e il calore del cielo e il rumore del mare. Tutte le vaghe avventure lo allontanano. L’acqua e la notte sono fuori che aspettano. Presto verrà il momento di uscire. Il porto si allunga, il braccio si tende verso un altro clima, tutte le cornici sono piene di ricordi, le strade inclinate, i tetti che vanno a dormire.

E nondimeno tutto è sempre in piedi pronto a partire.


(da Stelle dipinte, 1921)


*


LUMIÈRE



Une petite tache brille entre les paupières qui battent. La chambre est vide et les volets s’ouvrent dans la poussière. C’est le jour qui entre ou quelque souvenir qui fait pleurer tes yeux. Le paysage du mur - l’horizon de derrière - ta mémoire en désordre et le ciel plus près d’eux. Il y a des arbres et des nuages, des têtes qui dépassent et des mains blessées par la lumière. Et puis c’est un rideau qui tombe et qui enveloppe toutes ces formes dans la nuit.


*


LUCE



Una piccola macchia brilla tra le palpebre che sbattono. La camera è vuota e le persiane si aprono sulla polvere. È il giorno che entra o qualche ricordo che ti fa lacrimare. Il paesaggio sul muro - dietro l’orizzonte - la tua memoria in disordine e il cielo più vicino. Ci sono alberi e nuvole, teste che passano e mani ferite dalla luce. E poi c’è la tenda che cade e avvolge tutte queste forme nella notte.


(da Stelle dipinte, 1921)


*


UN HOMME FINI



Le soir, il promène, à travers la pluie et le danger nocturne, son ombre informe et tout ce qui l’a fait amer.

A la première rencontre, il tremble - où se réfugier contre le désespoir?

Une foule rôde dans le vent qui torture les branches, et le Maître du ciel le suit d’un œil terrible.

Une enseigne grince - la peur. Une porte bouge et le volet d’en haut claque contre le mur ; il court et les ailes qui emportaient l’ange noir l’abandonnent.

Et puis, dans les couloirs sans fin, dans les champs désolés de la nuit, dans les limites sombres où se heurte l’esprit, les voix imprévues traversent les cloisons, les idées mal bâties chancellent, les cloches de la mort équivoque résonnent.

*


UN UOMO FINITO



La sera sposta, con la pioggia e il pericolo notturno, la sua ombra informe e tutto ciò che l’ha fatta amare.

Al primo incontro, trema - dove rifugiarsi per la disperazione?

Una folla gironzola nel vento che tortura i rami, e il Maestro del cielo la segue con occhio terribile.

Un’insegna cigola - la paura. Una porta si muove e un’imposta in alto sbatte contro il muro; corre e le ali che trasportano l’angelo nero lo abbandonano.

E poi, nei corridoi senza fine, nei campi desolati della notte, nei confini ombrosi dove brancola lo spirito, le voci impreviste attraversano le pareti, le idee mal imbastite traballano, le campane della morte equivoca risuonano.


(da La palla al balzo, 1928)


*


ESPACE



L’étoile échappée

L’astre est dans la lampe


La main

tient la nuit

par un fil


Le ciel

s’est couché

contre les épines


Des gouttes de sang claquent sur le mur


Et le vent du soir

sort d’une poitrine


*


SPAZIO



La stella sfuggita

L’astro è nella lampada


La mano

tiene la notte

per un filo


Il cielo

si è addormentato

impigliato alle spine


Gocce di sangue sbattono sulla parete


E il vento della sera

esce dal petto


(da Fonte del vento, 1929)


*


AIMÉ CÉSAIRE



Au bout du petit matin…

Va-t’en, lui disais-je, gueule de flic, gueule de vache, va-t’en je déteste les larbins de l’ordre et les hannetons de l’espérance. Va-t’en mauvais gris-gris, punaise de moinillon. Puis je me tournais vers des paradis pour lui et les siens perdus, plus calme que la face d’une femme qui ment, et là, bercé par les effluves d’une pensée jamais lasse je nourrissais le vent, je délaçais les montres et j’entendais monter de l’autre côté du désastre, un fleuve de tourterelles et de trèfles de la savane que je porte toujours dans mes profondeurs à hauteur inverse du vingtième étage des maisons les plus insolentes et par précaution contre la force putréfiant des ambiances crépusculaires, arpentée nuit et jour d’un sacré soleil vénérien.

Au bout du petit matin bourgeonnant d’anses frêles les Antilles qui ont faim, les Antilles grêlées de petite vérole, les Antilles dynamitées d’alcool, échouées dans la boue de cette baie, dans la poussière de cette ville sinistrement échouées.

Au bout du petit matin, l’extrême, trompeuse désolée eschare sur la blessure des eaux ; les martyrs qui ne témoignent pas ; les fleurs de sang qui se fanent et s’éparpillent dans le vent inutile comme des cris de perroquets babillards ; une vieille vie menteusement souriante, ses lèvres ouvertes d’angoisses désaffectées ; une vieille misère pourrissant sous le soleil, silencieusement ; un vieux silence crevant de pustules tièdes, l’affreuse inanité de notre raison d’être.

Au bout du petit matin, sur cette plus fragile épaisseur de terre que dépasse de façon humiliante son grandiose avenir - les volcans éclateront, l’eau nue emportera les taches mûres du soleil et il ne restera plus qu’un bouillonnement tiède picoré d’oiseaux marins - la plage des songes et l’insensé réveil.


Au bout du petit matin, cette ville plate - étalée, trébuchée de son bon sens, inerte, essoufflée sous son fardeau géométrique de croix éternellement recommençant, indocile à son sort, muette, contrariée de toutes façons, incapable de croître selon le suc de cette terre, embarrassée, rognée, réduite, en rupture de faune et de flore.


[…]


*


In fondo all’alba…

Vattene, gli diceva, boccaccia di sbirro, bocca di vacca, vattene, detesto i leccapiedi dell’ordine e le coccinelle della speranza. Andatevene malvagi amuleti, piattole di frate. Quindi, rivolto ai paradisi delle sconfitte, più calmo del viso di una donna che mente, e lì, scosso dall’odore di un pensiero mai abbandonato, ho nutrito il vento, ho liberato i mostri e ho provato a salire dall’altra parte del disastro, un fiume di tortore e di trifogli della savana che porto sempre nelle mie profondità ad altezza inversa del ventesimo piano delle case più insolenti e per precauzione contro la forza purificante degli ambienti crepuscolari, percorsa notte e giorno da un sacro sole venereo.


In fondo all’alba germogliante fragili anse le Antille ci assetano, le Antille butterate dal vaiolo, le Antille dinamitate dall’alcol, arenate nei fanghi della baia, nella polvere di questa città sinistramente incagliata.


In fondo all’alba, l’estrema, furba, desolata cicatrice sulla ferita delle acque; i martiri che non testimoniano; i fiori di sangue che appassiscono e si sparpagliano nel vento inutile come grida di pappagalli balbettanti; una vecchia vita che sorride falsa, le sue labbra aperte su angosce dismesse; una vecchia miseria marcita al sole, silenziosamente; un vecchio silenzio massacrato di pustole tiepide,

l’orrenda inanità della nostra ragione d’essere.


In fondo all’alba, sul più fragile spessore della terra che oltrepassa in modo umiliante il suo grandioso avvenire - i vulcani brillanti - l’acqua nuda porterà con sé le macchie calcificate del sole e non resterà altro che un’ebollizione tiepida beccata dagli uccelli marini - la spiaggia dei sogni e l’intensità del risveglio.


In fondo all’alba, questa città piatta - distesa, inciampata su sensi ben sviluppati, inerte, sfiatata sotto il peso geometrico di una croce continuamente riparata, ribelle alla propria sorte, bagnata, sempre contrariata, incapace di crescere secondo il succo della terra, imbarazzata, ritagliata, ridotta a rottura di fauno e di fiore.


[…]


*


Au bout du petit matin, la vie prostrée, on ne sait où dépêcher ses rêves avortés, le fleuve de vie désespérément torpide dans son lit, sans turgescence ni dépression, incertain de fluer, lamentablement vide, la lourde impartialité de l’ennui, répartissant l’ombre sur toutes choses égales, l’air stagnant sans une trouée d’oiseau clair.


Au bout du petit matin, une autre petite maison qui sent très mauvais dans une rue très étroite, une maison minuscule qui abrite en ses entrailles de bois pourri des dizaines de rats et la turbulence de mes six frères et sœurs, une petite maison cruelle dont l’intransigeance affole nos fins de mois et mon père fantasque grignoté d’une seule misère, je n’ai jamais su laquelle, qu’une imprévisible sorcellerie assoupit en mélancolique tendresse ou exalte en hautes flammes de colère ; et ma mère dont les jambes pour notre faim inlassable pédalent, pédalent de jour, de nuit, je suis même réveillé la nuit et la morsure âpre dans la chair molle de la nuit d’une Singer que ma mère pédale, pédale notre faim et de jour et de nuit.

Au bout du petit matin, au-delà de mon père, de ma mère, la case gerçant d’ampoules, comme un pêcher tourmenté de la cloque, et le toit aminci, rapiécé de morceaux de bidon de pétrole, et ça fait des marais de rouillure dans la pâte grise sordide empuantie de la paille, et quand le vent siffle, ces disparates font bizarre le bruit, comme un crépitement de friture d’abord, puis comme un tison que l’on plonge dans l’eau avec la fumée des brindilles qui s’envole… Et le lit de planches d’où s’est levée ma race, tout entière ma race de ce lit de planches, avec ses pattes de caisses de kérosène, comme s’il avait l’éléphantiasis le lit, et sa peau de cabri, et ses feuilles de banane séchées, et ses haillons, une nostalgie de matelas le lit de ma grand-mère (au-dessus du lit, dans un pot plein d’huile un lumignon dont la flamme dans comme un gros ravet… sur le pot en lettres d’or : MERCI).


Et une honte, cette rue Paille,


un appendice dégoûtant comme les parties honteuses du bourg qui étend à droite et à gauche, tout au long de la route coloniale, la houle grise de ses toits d’essentes. Ici il n’y a que des toits de paille que l’embrun a brunis et que le vent épile.


[…]


*


In fondo all’alba la vita sfinita, non si sa dove spingere velocemente i propri sogni mancati, il fiume della vita disperatamente torbido nel letto, senza turgescenze né depressioni, incerto di fiori, purtroppo vuoto, sporca imparzialità della noia, mentre distribuisce l’ombra su tutte le cose uguali, l’aria stagnante senza varco di chiaro uccello.


In fondo all’alba un’altra piccola casa che puzza in una strada molto stretta, una casa minuscola che ospita nelle sue viscere di legno marcio dozzine di ratti e la turbolenza dei miei sei fratelli, una piccola casa crudele in cui l’intransigenza ci spaventa per mesi e il padre lunatico è sgranocchiato da una miseria solitaria - non ho mai saputo quale - e che un’imprevedibile stregoneria assopisce in una malinconica tenerezza o esalta in alte fiamme di collera; e mia madre le cui gambe pedalano per la nostra fame implacabile, pedalano giorno e notte, mi sono persino svegliato nella notte per quelle gambe infaticabili che pedalano nella notte e per il morso, più tardi sulla carne molle della notte, di una Singer, e mia madre pedala, pedala per la nostra fame giorno e notte.

In fondo all’alba, oltre mio padre, mia madre, la capanna screpolata dalle lampadine, come un pescare tormentato nella vescica, e il tetto magro, rappezzato da pezzi di barile di petrolio, che crea paludi sulla paglia malaticcia grigio-sordida, e quando il vento fischia, fanno uno strano rumore, come uno scoppiettio di frittura, poi come un tizzone immerso nell’acqua con il fumo che si alza... E il letto di tavole da cui si è alzata la mia razza, tutta intera la mia razza da questo letto di tavole, con supporti fatti di casse di cherosene, come se il letto avesse l’elefantiasi, e la sua pelle di capretto e le sue foglie di banano seccate, e i suoi stracci, una nostalgia dei materassi di mia nonna (sopra il letto, dentro un vasetto pieno d’olio una candela la cui fiamma danza come una grossa blatta… sul vasetto a lettere d’oro: GRAZIE).


Un’onta, questa Via di Paglia,


un’appendice disgustosa come le parti unte del paese che si estendono a destra e a manca lungo la via coloniale, l’onda grigia dei tetti d’essenze. Qui non ci sono che tetti di paglia, che la sera imbrunisce e che il vento depila.


[…]


*


Au bout du petit matin, le vent de jadis qui s’élève, des fidélités tracie, du devoir incertain qui se dérobe et cet autre petit matin d’Europe…


Partir.

Comme il y a des hommes-hyènes et des hommes-panthères, je serais un homme-juif

un homme-cafre

un homme-hindou-de-Calcutta

un homme-de-Harlem-qui-ne-vote-pas…


Je retrouverais le secret des grandes communications et des grandes combustions. Je dirais orange. Je dirais fleuve. Je dirais tornade. Je dirais feuille. Je dirais arbre. Je dirais mouillé de toutes les pluies, humecté de toutes les rosées. Je roulerais comme du sang frénétique sur le courant lent de l’œil des mots en chevaux fous en enfants frais en caillots en couvre-feu en vestiges de temple en pierres précieuses assez loin pour décourager les mineurs. Qui ne me comprendrait pas ne comprendrait pas davantage le rugissement du tigre.


[…]


*


In fondo all’alba, il vento di un tempo si alza, tradite fiducie, depredati doveri e l’altra alba d’Europa…


Partire.

Dato che ci sono uomini-iene e uomini-pantere, sarò un uomo-ebreo

un uomo-kaffir

un uomo-indù-di-Calcutta

un uomo-di-Harlem-che-non-vota


l’uomo-carestia, l’uomo-insulto, l’uomo-tortura poteva in qualsiasi momento cogliere il pestaggio dei corpi, l’uccidere - perfettamente uccidere - senza avere dei conti in sospeso senza avere scuse da presentare…


Ritroverò il segreto delle grandi comunicazioni e delle grandi combustioni. Dirò arancione. Dirò fiume. Dirò tornado. Dirò foglia. Dirò albero. Sarò bagnato da tutte le piogge, umido di tutte le rose. Rotolerò come sangue frenetico sulla corrente lenta d’olio delle parole sui capelli folli sui bambini freschi sui grumi sul coprifuoco sulle rovine dei templi sulle pietre preziose abbastanza lontane da scoraggiare i minatori. Chi non mi capisce non capirà meglio il ruggito della tigre.


[…]


*


Mais qui tourne ma voix? Qui écorche ma voix? Me fourrant dans la gorge mille crocs de bambou. Mille pieux d’oursin. C’est toi sale bout du monde. C’est toi sale haine. C’est toi poids de l’insulte et cent ans de coups de fouet. C’est toi cent ans de ma patience, cent ans de mes soins juste à ne pas mourir.

rooh oh


Nous chantons les fleurs vénéneuses éclatant dans des prairies furibondes; les ciels d’amour coupés d’embolie; les matins épileptiques; le blanc embrasement des sables abyssaux, les descentes d’épaves dans les nuits foudroyées d'odeurs fauves…


Il faut bien commencer.


Commencer quoi?


Le seul chose au monde qu’il vaille la peine de commencer :


La Fin du monde parbleu.


[…]


*


Ma chi affina la mia voce? Chi pulisce la mia voce? Mi cacciano in gola mille schegge di bambù. Mille ricci di mare. Sei tu sporca fine del mondo. Sporca fine dell’alba. Sei tu sporco odio. Sei tu cent’anni della mia pazienza, cent’anni delle mie preoccupazioni giusto per non morire.

rooh oh


cantiamo i fiumi velenosi, sfavillanti nelle praterie furibonde; i cieli d’amore tagliati dalle embolie; i mattini epilettici; i bianchi abbracci delle sabbie abissali, chi è sceso dai relitti nelle notti fulminate da odori di belve…


Bisogna ben cominciare.


Cominciare cosa?


La sola cosa al mondo che valga la pena incominciare:


La fine del mondo perbacco.


[…]


*


Les Blancs disent que c’était un bon Nègre, un vrai bon nègre, le bon Nègre à son bon maître. Je dis hurrah ! C’était un très bon Nègre,

la misère le avait blessé poitrine et dos et on avait fourré dans sa pauvre cervelle qu’une fatalité pesait sur lui qu’on ne prend pas au collet; qu’il n’avait pas puissance sur son propre destin ; qu’un Seigneur méchant avait de toute éternité écrit des lois d’interdiction en sa nature pelvienne ; et d’être le bon Nègre; de croire honnêtement à son indignité, sans curiosité perverse de vérifier jamais les hiéroglyphes fatidiques.


*


I Bianchi dicevano che era un buon negro, davvero un buon negro, il buon negro del suo buon padrone.

Dico hurrah!

Era un gran buon negro,

la miseria gli aveva ferito petto e schiena e si era convinto nel suo povero cervello che una fatalità pesasse su di lui, che non si potesse prendere per il colletto; che non avesse potere sul suo stesso destino; che un Signore cattivo avesse da sempre promulgato leggi di proibizione sulla sua natura pelvica; e essere il buon negro; credere onestamente alla propria mancanza di dignità, senza la curiosità perversa di verificare i fatidici geroglifici.

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