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Il cavaliere dell’assoluto / Un racconto di Massimo Trifiró



- Il ricordo svanisce.

L’aria si era fatta ancora più densa e appiccicosa. Quasi che progressivamente si stesse trasmutando in qualcosa di solido. In una sorta di cappa pesante, che presto avrebbe troncato il respiro, abbandonando gli esseri umani a boccheggiare come pesci morenti fuori dall’acqua.

- La vita dell’Uomo è una lotta perpetua per tentare di incidere un graffio, una scalfittura che rimanga per sempre sulla crosta del mondo. Ma il tempo, Eccellenza, vedete, è una pialla che prima o poi leviga anche quella minima asperità. E quasi sempre i posteri non conservano nessuna memoria del segno che si è tracciato.

Dopo essersi levato a fatica da terra con l’aiuto di chi era venuto a trovarlo, accasciato nel seggio dall’alto schienale, di legno nero e intagliato con una certa finezza, adesso Galgario sorbiva lentamente una tisana, che un suo confratello gli aveva servito come di consuetudine a metà pomeriggio, beninteso sempre dopo il suo sonnellino ristoratore.

Il frate era un uomo piuttosto rotondo. Non grasso, ma comunque di una certa estenuata floridezza, che ora, in vecchiaia, mostrava a sprazzi gli indizi di un fulgore ormai tramontato.

Era calvo, salvo una corona di capelli candidi tagliati corti che gli segava la nuca bombata.

Gli occhi erano grandi, acquosi, un po’ melanconici. Con le pupille che talvolta vagavano in una lontananza imprecisata, che forse neppure apparteneva al paesaggio concreto di questo pianeta.

Evidenziava poi una mascella squadrata, con la pelle degli zigomi che già cedeva agli insulti del tempo, un naso imponente e severo, e labbra lunghe, diritte, sottili, che qualche volta si torcevano in una smorfia di disapprovazione della realtà, o di sofferenza per ciò che era e che invece avrebbe dovuto essere in tutt’altro modo.



Di fronte a lui, seduto in una poltrona di vellutino stinto colore del cielo, con le gambe strette e appaiate, l’aristocratico in visita, il conte Secco Suardo che si era appena palesato all’ingresso, mostrava l’incarnato roseo di un volto rubicondo da privilegiato ben nutrito, una bocca femminea e viziosa, e un ventre abbondante, che straripava oltre una fascia nera legata in vita.

Indossava una casacca vermiglia, trapuntata di alamari ramati. Dal collo, su una camicia candida che portava slacciata, lasciava pendere con negligenza un nastro della tinta del sangue vivo.

Ritto dietro il padrone, immobile come una pietra che il tempo non è riuscito a intaccare, silenzioso come una sospettosa fiera in agguato, il servo che lo accompagnava esibiva invece una fluente capigliatura biondastra, un nasone imponente, e un paio di baffoni da moschettiere che celavano a malapena labbruzze piccole e dure.

Sul suo volto un medico moderno avrebbe individuato alcuni nevi di Miescher, formazioni a forma di cupola, dure al tatto e lisce, della stessa colorazione dell’epidermide.

Dallo sguardo, sbieco e a tratti lampeggiante, traspariva l’atavica e giustificata ferocia del diseredato pronto a sbranare.

Grezzo com’era, l'è facc zò col scorlass si sarebbe potuto dire di lui: è stato intagliato con una falce, quel tanto che bastava a sbozzarlo.

- Siete venuto per il ritratto, signor conte? - a quel punto fra’ Galgario si riappropriò per un istante del presente, mentre posava su un tavolino ingombro di barattoli di vernice la tazza svuotata della tisana.

La domanda presupponeva una risposta scontata, ma era la formula di cortesia d’uso.

Il nobiluomo annuì con grazia studiata, e inconsciamente contrasse i muscoli rilasciati dello stomaco per ridurne l’imbarazzante volume.

Intanto il domestico si era messo ad aspirare da una narice pelosa una presa di tabacco trinciato.

- Non sono uno sprovveduto fino a questo punto - riprendendo a parlare, però il monaco cambiò subito argomento - Lo so bene che quanto mi è capitato e del quale voi avete appena visto il risultato è uno scherzetto maligno. E mi rendo anche conto che gli artefici sono quei diavoletti ai quali mi sforzo di insegnare un po’ di pittura, e forse con loro sto solo sprecando il mio tempo. Va da sé però che li perdono, signore. Se non facessi almeno questo, sarei diventato vecchio per niente, non pare anche a voi?

Per accompagnare quell’affermazione, Galgario si sforzò perfino di accennare un sorrisetto, per la verità poco convinto.

- Tuttavia - proseguì - quell’ossame che mi hanno gettato contro, il rumore che fa cadendo, provoca lo stesso in me, anche controvoglia, anche sapendo di cosa si tratta, quella reazione inconsulta che avete constatato pocanzi. C’è che alla nostra mente imperfetta, sapete, occorre poco per ripescare dalle sue profondità i timori che vi sono annidati. Che sono pronti a eruttare in superficie in qualsiasi momento con un’energia devastante.

Pòta, l'è mia la nòsta cà: giacché non siamo gli inquilini permanenti in questa valle di lacrime.

Il conte Secco Suardo assentì per nobiliare educazione, anche se il concetto appena espresso non gli risultava proprio chiarissimo.

- È dunque così - continuò l’altro - che capita anche a me, senza che ogni volta riesca a difendermi. La beffa, quella malefattada bambini, scatena, forse addirittura nella struttura stessa delle mie cellule, il terrore della morte, immaginatevi voi. Ma anche la paura che niente, di quanto sono e di ciò che ho fatto fin qui, alla fine rimanga nell’evanescente ricordo degli uomini, dopo che la mia carne avrà ceduto al comando della natura che la vuole dissolta e anch’io sarò stato trasformato in fantasma, ma vero stavolta.

Nello studio del pittore calò per pochi istanti il silenzio, appena interrotto dal ronzio di qualche mosca che ogni tanto si posava sui volti dei tre, suscitando solo nel servitore la reazione di forti manate per schiacciare gli insetti che però sortiva soltanto il risultato di schiaffeggiarsi da sé.

- Voi siete un magnifico artista, maestro - a quel punto il gentiluomo panciuto fece lo sforzo di riconoscere anche in un altro una qualità superiore che a lui era dovuta per nascita - Perciò tranquillizzatevi, signor mio: nessuno nei secoli potrà mai dimenticare la vostra opera intessuta di puro splendore.

L’ospite chinò quindi la testa, ma non troppo, in segno di omaggio.

- Vi sono debitore, conte Suardo: so che lo credete sul serio. Altrimenti non sareste qui per continuare a farvi ritrarre e, proprio attraverso la mia arte, cercare di perpetuarvi in eterno anche voi, se lo gradite.

Era uno scambio di infiorettature che valeva quel poco che valeva.

Era un concetto che forse, dei presenti nella bottega, alla fine avrebbe eternato uno, meno l’altro, per niente il terzo.

- Comunque, abbiate la compiacenza di considerare, in questo momento state parlando da contemporaneo, da uomo della mia stessa epoca. Ciò che di me, di voi, della mia capacità, della nostra generazione, penserà chi verrà dopo di noi, è invece una questione che sta nelle mani soltanto della sorte, e nel dipanarsi spesso casuale delle occasioni.

- Che intendete dire, di grazia?

- La bellezza, stimato signore, ha necessità di un palcoscenico sul quale potersi palesare - adesso fra’ Galgario si era un po’oscurato in volto - Quanto non si può verificare e toccare, non è completamente reale, almeno nel mio campo. È forse un’ironia dell’Onnipotente, questa? Dell’Invisibile per eccellenza, che ha condannato l’Uomo alla pena di essere per forza visibile, almeno se intende sul serio dimostrare di esistere? Non lo so: non mi atteggio a filosofo.

Né tantomeno poteva definirsi tale l’aristocratico, che infatti aveva assunto un’espressione perplessa. E non occorre dire poi del famiglio.

- Mi rendo solo conto - proseguì il frate - che si tratta appunto dello strazio della mia qualità di pittore. Io ricavo sostanza dallo sguardo altrui, dalla loro attenzione, ecco tutto. Perciò nasce proprio da qui, dalla maledizione di un’essenza del genere, come potete ben valutare, l’angoscia della morte che non riesco a esorcizzare, ma anche l’incertezza sulla memoria che si disgregherà. Se invece fossi andato a Roma…

Ogni tanto Galgario nominava quella grande città: talvolta con una certa repulsione, un’altra con timore, ma una terza inevitabilmente con la forma di nostalgia che capita a chiunque di provare paradossalmente per qualcosa che non si è vissuto.

- Per lavorare al servizio di Sua Santità, state dicendo? - Secco Suardo si riprese alla prospettiva del vanto che si sarebbe potuto trarre da un tale onore, pure se purtroppo non lo riguardava.

- Non merito tanto, conte, lo posso riconoscere. No no, perdonate. Più semplicemente una volta, in passato, mi si è presentata l’opportunità di farlo e non l’ho colta, o magari non ho voluto. Ma Roma, voi sapete bene, è quella appariscente prostituta di lusso i cui abiti sgargianti si notano a grande distanza -.

Alla parola il nobile fece una smorfietta di dispetto mentre il servo si ringalluzziva di colpo.

- Tanto che quei paramenti vistosi non possono essere mai dimenticati, forse neppure volendolo. Se avessi dipinto là, stavo pensando Eccellenza, adesso sarei quasi certo che qualcuno domani si rammenterebbe di questo povero frate.

- E la nostra Bergamo, maestro?

- E’ un luogo di dolcezze infinite, chi lo potrebbe negare. Non sono pentito di esserci rimasto. Ma impaurito sì, lo confesso.

- La città, ne sono sicuro, vi renderà ciò che vi è dovuto, potete stare tranquillo - però l’aristocratico lo consolò, o forse cercò di dare un taglio al discorso fumoso e passare a trattare finalmente del suo ritratto, che era ciò che importava.

- Che mi venga restituito un po’ dell’amore che io sento per il mio popolo - a quel punto fra’ Galgario sorrise per la prima volta - sarebbe già una ricompensa bastante, o così mi auguro.


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