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Laboratori inediti /1


Con questi primi testi inediti inauguriamo una rubrica dedicata alla campionatura delle nuove voci. Un vero laboratorio di scrittura. Mandate i vostri testi e selezioneremo quelli più convincenti. Fabrizio Sani è nato in provincia di Arezzo nel 1994 e vive a Roma, dove si sta laureando in Editoria e scrittura alla Sapienza. La sua prima raccolta si intitola Si innamoravano tutti di me e io del loro amore (SuiGeneris, Roma 2018). È consulente dell’agenzia letteraria di Laura Ceccacci e ha vinto il Premio Ossi di Seppia. Suoi testi sono stati inclusi nell’antologia InVerse 2020 (John Cabot University). Le poesie che proponiamo, variegate non solo nella forma - dalle scene collettive in ipermetri al tema dell’identità, fino alla lirica d’amore - dimostrano una felice disinvoltura nel trattare una quotidianità non sempre, e per fortuna, lineare. L’immagine è di Francesco Deotto.


VEDUTA DI CAMPAGNA CON BAR Le macchine procedono a velocità dissonanti davanti al bar, io riconosco le persone che le guidano. L’aria assume le tinte gialle del neon. È uno stato emotivo cui non riesco a adattarmi.  Il Bianchi viene a comprare mezzo chilo di pane e la pagnotta per Agata alle dieci in punto, Flavio e il Cioni fanno avanti e indietro in moto Perpetuo, per Campari e birra “ghiacciata, mi raccomando”. Vittorio finisce di pranzare prima di mezzogiorno e viene a prendere caffè e Futura e poi chiede: “ancora non c’è Bronzino?”, e così via. Ronzano nel sottofondo i frigoriferi, tintinna il perno arrugginito della ventola, dalla cucina si incuneano timbri metallici e aroma unto. Come affacciato a un fiume, osservo fluire le battute riciclate di bar in bar dai clienti. Con cadenza regolare viene urlato il mio nome e mi riacciuffa questa assurda dimensione. La giornata è una sedia. Dio è qui che ha appiccicato la sua gomma da masticare. Vorrei accadesse qualcosa, anche la più tragica, per compiacere la mia nevrastenia e far cedere
il chiodo che sorregge questo quadro intollerabile. Penso a Bucarest, a un fratello che ci abita: è un’ora più vicino ai sogni. * COSA METTO DENTRO UN RICORDO DI ME A 13 ANNI Due scarpe da calcio numero 42. Al loro interno una biglia, diverse paia di occhiali sottili, il tasto avanti del telecomando, la foglia dell’ippocastano, mezzo bicchiere di cedrata, pezzi di unghie, la scheggia che manca dell’incisivo, lo stropicciato foglio di un diario, il bianco preso al bosco, l’una e venti, due ciuffi di capelli: una con il gel e una senza, la penna blu. La foto con cui ho formato l’immagine di me nei primi ricordi, prima di scoprire che fosse mio fratello. * POESIA DEL VAGO AMORE C’è stata qualche città. Torino e un grido denso sbarra gli occhi innocenti. Siena e un sostantivo tra le tue labbra per la prima volta. Qualche paese. Tramontato in una balla di fieno. Torchiara e un’eleganza da ragazzino. Mesi. Marzo, cauto rossore in un letto ciarliero. Agosto, più vicini. Persone. Chi, tornato dal Colorado, dice ancora: «guarda che bella». Chi suona un pianoforte deturpato in un parco. Lettere. La emme del tuo nome per dire maschera. La effe del mio nome per dire frammento. Fotografie. Una mezzaluna di pelle nella stanza senza luna. Una fune di margherite irradiate dal pomeriggio. Azioni. Urtare il tè bollente alla terza parola di una frase che sembrava molto lunga. Mano sugli occhi. Cerchi. Uno complesso e ordinato. Resti intorno. Uno sciocco e arruffato, di smisurati raccordi. Del quale sono il centro. Risposte. «Forse la sera del mio compleanno». «Non credo di averlo mai saputo». Giochi. Su un pavimento conto i bastoncini, sorridevo. Un balcone sotto. Tu dietro. Io già lì, sapendo saresti arrivata. Caso. Avere 25 anni nel 2019. Avrei guadagnato a averli nel 2045 o nel 1967? Polvere travestita da pleiadi in fuga. Il calore della prima sigaretta accesa da qualcun altro. Strofina una scritta spray che ne ha coperta un’altra di vernice. Inferno. Solo uno, nel quale sono sceso ad acchiapparti, sulla soglia il mio capo si volse.

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