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Per volare / un racconto di Edoardo Giribaldi


Janis uscì.

Riprese aria da quell’immersione senza bombole dentro al proprio passato.

I rumori della città, le luci, le puzze, che fino a quel momento erano scomparse, assorbite dallo scorrere degli occhi lungo l’inchiostro, tornarono a allargarsi e a darle un posto su cui sedersi.

Fece un paio di respiri profondi e lasciò andare la schiena contro il muro, gettando uno sguardo a Poppy, che si era raggomitolata su sé stessa e già dormiva.

Non sapeva per quanto tempo avesse letto, potevano essere ore come minuti.

Tenendo l’indice tra le pagine sentiva la fragilità del diario e il rilievo di ogni singola lettera, frutto della sua calligrafia calcata e “da ragazza”, come le diceva Jason per prenderla in giro - che poi aveva poco da ridere, perché non c’era niente di male ad essere una ragazza.

Ogni pagina rievocava un profumo diverso, oppure una musica.

C’era scritto che da piccola girava per casa nuda, correndo sotto i tavoli inseguita dalla mamma, e che da grande non riusciva a fare la pipì senza chiudere a chiave la porta del bagno.

I ricordi sembravano importantissimi e un attimo dopo le sembravano la più grande stupidaggine.

Era sparita anche la ragazza che chiudeva a chiave la porta del bagno.

Adesso le bastava un vicoletto stretto e silenzioso per farla.

Si chiedeva se fosse stata davvero così un tempo.

Se un giorno quel rottame di corpo che si ritrovava, senza più una direzione e nessuno a cui appoggiarsi, fosse lo stesso di quella ragazzina meravigliata.

Era capace di stare per ore a guardare un panorama, senza saper dire altro che «questo non me lo posso perdere», si leccava il sale dalle spalle e si asciugava al sole, oppure, in un pomeriggio di noia, prendeva un paio di forbici per tagliare i capelli come Natalie Imbruglia.

Camminava tra i corridoi della scuola e salutava con malinconia Hutch Starkey, a due classi di distanza, vicino ai bagni femminili. Sapeva che si sarebbe fermato proprio lì, con le braccia conserte, ad aspettare che uscisse Brenda Hattway e accompagnarla a fare merenda. Lei faceva finta di niente, si guardava le scarpe ascoltandoli ridere mentre le passavano a fianco. In realtà non capiva come uno come Hutch potesse stare con quella.

Piangere per amore, non per disperazione.

Le lacrime non sapevano più di niente, senza sale.

È difficile quando le lacrime non hanno più sapore.

A volte, magari dopo una giornata bellissima, tipo festa di compleanno, piena di regali e con lo stomaco che fa male per la quantità di torta mangiata, si sdraiava sul letto e, prima di addormentarsi, piangeva. Attutita dalle lenzuola, lasciava che le si appannasse la vista, e si asciugava piano piano con la manica del pigiama.

Non voleva svegliare Marilou, che dormiva sotto di lei nel letto a castello.

Non era triste o, perlomeno, forse era triste ma non disperata. Non era un pianto di sconfitta.

Pensava ai suoi genitori, a tutti gli sforzi che avevano fatto per organizzare la festa, per scegliere i regali, montare i festoni, cucinare la torta; per comprare il giusto numero di candeline.

E poi più a fondo.

Pensava a quanti hamburger avesse dovuto servire suo papà al lavoro, a quante ore aveva trascorso sua mamma in ufficio.

Per loro, per i figli.

Questo pensiero la faceva piangere, le faceva chiedere a Dio, che normalmente non era neanche certa che esistesse davvero, di proteggerli, di non farli soffrire.

Che non andasse sprecato tutto il loro amore.

Con il passare degli anni aveva smesso di inzuppare le lenzuola di lacrime. Si era confrontata col mondo e si era arrabbiata. Si era scoperta fragile e aveva capito con largo anticipo rispetto alla media che difficilmente si può godere di un sentimento ricambiato.

Una notte si era messa sotto le coperte con una specie di tachicardia, le mani le tremavano dalla rabbia. Era stata seduta sul divano tutta la sera, in silenzio. Tutto per una sciocchezza, all’apparenza. Sonia, la sua compagna di classe, nota come quella-stronza-della-Lewis, le aveva chiesto di scrivere per lei il tema che avrebbero dovuto consegnare la mattina successiva.

- Credimi, sono una frana in queste cose, se faccio male anche questo rischio la materia.

Janis era brava a scrivere e non le dispiaceva affatto dare una mano a qualcuno in difficoltà. Certo, un po’ le scocciava la mancanza di preavviso.

Cercò di scriverlo bene ma neanche senza esagerare, perché Sonia non era certo una cima e la professoressa avrebbe sospettato qualcosa. Passò la serata su quel tema, rinunciando alla partita di carte con Marilou sul tavolo della cucina, e la mattina successiva si avvicinò all’amica con il foglio in mano.

Non si erano date un appuntamento ma Janis sapeva che, prima di entrare a scuola, Sonia si nascondeva dietro il muro del cortile a fumare insieme ad altre due o tre ragazze che conosceva solo di vista.

Le si avvicinò da dietro.

Il resto delle ragazze smise di parlare e cominciò a fissarla. Erano tutte alte, già sviluppate, mentre Janis era ancora magrolina e lì davanti sembrava non gonfiarsi niente.

- Il tema da consegnare oggi.

- Oh, sì, certo, sei un tesoro. - Prese il tema e si girò.

Janis rimase lì ancora un attimo, poi l’odore di fumo cominciò a darle fastidio e se ne andò, con lo sguardo basso e lo zaino che improvvisamente si era fatto un macigno. Sentiva Sonia e le sue amiche ridacchiare.

Non sapeva se stessero ridendo di lei ma quella sera pianse di rabbia.

Quello sguardo di… niente, non c’era niente in quello sguardo. Indifferenza, nonostante il lavoro che le era costato tanto tempo.

Certo, una sciocchezza, e allora?

Le sembrava che gli insegnamenti dei suoi genitori fossero improvvisamente un’immensa fregatura.

Aiutare gli altri, come facevano loro… buona per i merli, come avrebbe detto Holden Caulfield.

D’altronde aveva letto da qualche parte, forse su qualche cartellone pubblicitario, una frase di un santone indiano con baffoni, “ama incondizionatamente, senza chiedere nulla in cambio: ti ritornerà moltiplicato mille volte”. E poi c’era San Paolo, in una delle sue apprezzatissime lettere, che più o meno diceva che l’amore tutto copre, tutto crede, tutto spera e tutto sopporta.

Anche l’ingratitudine dell’amica?

Dopo In the end the love you take is equal to the love you make anche i Beatles si erano sciolti.

Che senso aveva fare qualcosa di buono se poi si riceve indifferenza? Chi le avrebbe ridato il tempo impiegato per un gesto di altruismo?

Incominciò a disilludersi, a vedere l’amore come una parola inapplicabile alla quotidianità.

D’altronde, cosa avevano ricevuto indietro da lei i suoi genitori? Poco, niente.

Su quale spiaggia finiscono gli amori ignorati?

Come poteva, una come Sonia, sconvolgerla tanto?

Quella sera Janis fermò il vortice di passioni nella mano e, ripensando a quelle lacrime, le venne in mente una strana idea.

Guardando il mondo di traverso, per esempio dal bordo di un marciapiede, delle persone vedresti solo le scarpe lucide. Per guardarle in faccia dovresti alzare lo sguardo. Immaginò i suoi genitori che, tenendosi per mano, camminavano lungo la spiaggia degli amori perduti, raccogliendo bianche delusioni e offese ancora umide.

Li rivide nell’alba, correre evitando di bagnarsi i piedi con le onde. Li rivide giovani e forti ma, soprattutto, liberi.

Forse l’amore non era altro che la forma più alta di libertà. Decise che non l’avrebbe mai sottomessa all’orgoglio. Semplicemente essere liberi di essere fragili.

Che poi alla fine, per dirla proprio tutta, Sonia la ringraziò pure. Una settimana dopo, di sfuggita, sorridendole. Janis tirò su col naso fissando il bidone della spazzatura dall’altro lato della strada.



* Edoardo Giribaldi è nato nel 2001 a Sestri Levante, in provincia di Genova, ma studia Arte al St. Francis College di Brooklyn, a New York. Questo racconto proviene di un libro inedito ancora in lavorazione.


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