• Redazione

Poco meno di niente / un racconto inedito di Augusto Ficele


Più volte rivedo le immagini in cui la polizia di Mumbai, dietro il paesaggio assolato delle bidonville, bastona con sadismo le persone che girano ancora in strada. Molti di loro sono lavoratori a giornata, appena terminano il turno, ritornano nelle città in bicicletta, o sugli scooter. Le parti del corpo più colpite sono la schiena, le natiche, le nocche della mano. Abbassano lo sguardo, a tratti guaiscono, come cani. Per un momento vorrei essere lì, per subire le percosse, per sentire il chiasso del legno che frusta secco le mie ossa. Tenterei di prendere il manganello ad uno degli agenti, non per reazione, ma solo per accrescere la loro foga nei miei confronti. Vorrei ritrovarmi in una pozza di sangue, con gli occhi pestati e il naso deformato, guancia sull’asfalto, a leccare la polvere. Invece sono in camera, a chiedermi cosa mangerò per cena, in frigo c’è uno yogurt alla ciliegia, ma tra gli ingredienti c’è scritto che solo il cinque per cento contiene la purea di ciliegia, il resto sono zuccheri aggiunti. Ma non ho nulla da contestare, conosco il perdono. La città è un pallone sgonfio, le antenne disegnate sui tetti scricchiolano al vento come grissini rotti inavvertitamente, un vecchio in strada perde dalla busta di plastica bucata tanti piccoli datteri rossi, non torna indietro per raccoglierli. Mi vengono i brividi quando di fronte allo specchio scandisco targeted advertising. I giorni chiusi in casa scoprono i fianchi. Sullo schermo le inserzioni sono chiare: la corretta postura per dormire bene associata alla scelta del guanciale in lattice assicura il buon riposo, le mascherine monouso o lavabili personalizzate con lo stemma e i colori della tua squadra del cuore, la migliore app per allenarsi a casa e restare in forma, guarda gratuitamente i primi cinque esercizi che fanno le modelle di Victoria’s Secret. Dopotutto domani è lo stesso giorno. Mi domando quanto possa essere nero il fondo del lavabo. Lavandomi i denti, mi dimenticherò di passare le setole sulla lingua, intanto qualcuno in rete sta scrivendo che è comparsa una coppia solenne di cigni lungo i Navigli, o che sconcerta avvistare la pinna caudale di un delfino nel porto di Trieste, o un gruppo di cinghiali sulla Cassia. Le pietre, nella zolla erbosa di un prato, non sono del tutto convinte di quel che dicono, l’insegna adamantina della farmacia irradia più del sole, dalla finestra si vede un ragazzo in ginocchio, ha appena perso una battle royale contro il suo avversario. Un passante tossisce con irruenza, prende un fazzoletto, lo avvicina alla bocca e lo getta a terra. Non ha l’aria di chi ha fretta. Non scorre come un bagaglio sul nastro trasportatore. Vuole che qualcuno si volti verso di lui, che lo additi, pretende sguardi che decollino, violenti. È la sua perversione, nel margine della condanna si può godere della platea. In stanza il mio silenzio è giusto, ieri notte ho sognato il Campo Santi Giovanni e Paolo a Venezia, era invaso da una luce fredda, irritante, come se il bianco dello scenario fosse sbilanciato, eccessivo. I turisti erano numerosi, molti di loro avevano la mano sulla fronte, per via dei raggi fitti, con l’altra invece indicavano il punto di raccolta ai loro compagni, distanti un centinaio di metri. Vagavo col volto assente, cercando volontariamente di sbattere la mia spalla su quella di un avventore, pronto a chiedere con tono cerimonioso «sorry», passai poi il resto della mattinata a mimare calci ai piccioni, mentre beccavano proni le briciole di pane. Tasto il polso, sposto la bottiglia d’acqua, la rovescio solo perché accada qualcosa, lascio che scorra finché mi bagni i piedi. Il letto è sfatto, non privilegio alcuna posizione mentre dormo, di solito rotolo nervoso come un reduce, ho la schiena a pezzi ma non sono un operaio. Mi applico al massimo quando scendo giù al portone per poggiare i rifiuti. Risalgo, prendo l’ascensore, riesco a spingere la maniglia con un gomito, senza l’utilizzo delle mani. Non è vero, la strofino con forza invece. Le storie di vita, le misure da prendere. A volte prego ma non so chi. Controllo il meteo: cielo sereno su tutta la penisola.


Augusto Ficele è nato a Terlizzi, in Puglia, nel 1992. Ha studiato Lettere all’Università di Bari, collabora con Treccani, «Il Quotidiano del Sud-L’Altra voce dell’Italia», «Pangea» e «LeggereTutti», occupandosi di critica letteraria e storia dell’arte del Novecento. Ha pubblicato i suoi primi versi nell’antologia Planetaria – 27 poeti del mondo nati dopo il 1985 (Taut Editori 2020). Questo è il suo primo racconto.

La fotografia è di Francesco Deotto

Taut Editori Milano - P.I. 11104500969