- Redazione
- 12 lug
- Tempo di lettura: 10 min

La guerra è come un circo. Arriva la carovana, i giostrai. Si mandano avanti i freak, i mentecatti a fare la pubblicità. Dopo arrivano i piazzisti e i mercanti. Gli artisti sono l’anestesia prima delle bombe. Il potere della satira.
Alle sette del mattino il molo, pressato dalle case che sprofondano nel porto, pare un artiglio conficcato nel mare. Io sto seduto con le gambe penzoloni sul muretto perimetrale della piazzetta panoramica, a rollare una canna davanti alla caserma della legione straniera. Ne girano diverse fino al filtro di cartone, mentre insieme ad altri aspetto l’apertura del grande portone di colore blu. L’accendo.
Mi gusto qualche tiro e la passo a uno vicino a me, che parla e parla dei prossimi cinque anni di passione.
Quando si spalanca l’ingresso ci scolliamo dalla balaustra ed entriamo nell’androne, incerti sulle gambe come chi ha lasciato la passerella di una nave mossa dalle onde.
Troviamo il picchetto militare pronto a riceverci. Hanno qualche difficoltà a indirizzarci nella grande sala, dove restiamo per un po’ sull’attenti prima di sederci sui sedili di legno.
In fondo, sotto lo schermo bianco, alcuni ufficiali danno il benvenuto alle reclute.
Riapro gli occhi probabilmente qualche minuto dopo. La testa di Marco preme contro la mia tempia. Entrambi stiamo tentando di alzarci da sotto i sedili. Con una certa cautela, scossi dal suono brusco di una tromba, usciamo dalla sala rimasta vuota.
I legionari di guardia vedendoci persi ci chiedono, da dove veniamo, chi siamo, e come cazzo.
Completata la procedura d’identificazione e immatricolati con una sigla alfanumerica, veniamo assegnati a uno scaglione. Infine, passato mezzogiorno, riusciamo a raggiungere la mensa e a placare lo stomaco affamato. A questo punto ci attende il resto del pomeriggio. Dopo il taglio dei capelli, alla buzz-cut e una veloce doccia, indossata la tuta da caserma, ci ordinano di schierarci in fila con i nostri abiti civili belli e pronti davanti alla fureria.
Il furiere li chiude dentro dei sacchi con delle fascette su cui scrive la matricola e li posa sugli scaffali. Serio, a chi chiede lumi sulla questione, dice i tre modi per tornare indietro: a fine contratto, da invalidi o dentro una cassa.
II
Il grande uccello vola sull’Himalaya assolato. Le cime dell’estesa giogaia brillano glassate di neve.
In un baleno, inghiottito dalla luce possente, pasticciata dall’erba alta e secca che flette sui margini, l’aereo affonda le ruote e rulla sulla pista stesa nell’immensa pianura. Dall’oblò, dietro il velo d’aria torrida tremolante, vedo un capannone simile a un tiramisù. Mi aspetto un caldo insopportabile.
L’aeroporto è una catapecchia marrone sotto una tettoia di bandoni. Un vecchio nastro trasportatore fatto di stecche di legno, spinto da ingranaggi mantecati con grasso e ruggine, ingurgita la salmeria della compagnia e dall’aereo la sbatacchia direttamente dentro una specie di stalla.
Un lungo bancone, probabilmente di solito adibito al controllo bagagli, ci guida verso l’uscita.
Fuori, quelli che ci hanno visto atterrare, lievi come fantasmi ci aspettano aggrappati alla rete di recinzione. Tendono le braccia, si fanno avanti, si affollano intorno a noi, e imploranti ripetutamente esclamano, “Boxis! Boxis!”
Come altri della compagnia, tiro fuori dallo zaino la razione K non consumata e gliela do.
Giunti al main-bazar a bordo di un camion, ci sistemiamo in uno stanzone attiguo a un lavatoio dove i suoni della strada arrivano smorzati, accentati dal continuo strombazzare dei veicoli; sento dillazzare l’acqua e tinnire una cavigliera, forse di una lavandaia. Infatti, oltre al tramestio dell’acqua, si sente il sordo sbattere di panni bagnati. Poi, cessato questo rumore, nel silenzio emergono degli sfregolii.
Mi giro pancia sotto nel baldacchino protetto da una zanzariera, il letto dove sono entrato esausto, e vedo che sono dei grossi scarafaggi a fare casino. Corrono sul pavimento e s’infilano nelle crepe del battuto di cemento.
III
Il giorno dopo, come ordinato dal comandante e poi disposto dal capo squadra durante l’adunata, pattugliamo il territorio e, se necessario, d’iniziativa formiamo posti di blocco.
Spariamo a tutto ciò che si muove.
I colpi restano muti, soffocati dentro le armi. Se non fosse per i bossoli che saltano stizzosi fuori dall’otturatore, sembrerebbe che stiamo usando armi ad aria compressa.
Marco corre sparando alle poche cose che compongono i fondali, rovinandole prima col mitra e poi a calci. Si siede sullo sfacelo e si fa una sigaretta. Se non c’è motivo di raggiungerlo, cambiamo direzione. Allora, sbuffando fumo, con l’andatura da bullo torna nel gruppo scatenando la nostra trivialità. È un attore mancato. Sotto un telo frangisole, nelle pause durante le azioni di sicurezza del territorio, si esibisce in una specie di maquam, imitando la voce del muezzin sul minareto:
Le regole nascondono l’abuso.
Siamo assediati dalla libertà, liberi per convenzione.
Fantasia e immaginazione sono elementi della visione.
Modelli matematici supportano elaborati artificiali;
la misura è estranea al numero.
L’essere funziona in modo congeniale alla sua essenza.
La meraviglia finisce quando si rinuncia alle cose facili per impegnarsi in cose disumane.
Convogliati in un labirinto dove collidono aspirazioni e certezze, anteposto il proprio tornaconto alla dignità e alla lealtà, le teorie garantiscono a poche persone l’egemonia sulle moltitudini;
la sistematica suddivisione delle responsabilità, diluisce nell’opulenza ogni denuncia.
Dobbiamo evitare la stupidità, i paradossi, le aberrazioni, e di accanirci.
Al mattino dopo il caffellatte, manipoli di persone lavorano a integrare l’illegalità nella dialettica del diritto.
Approfittano di strade impraticabili per prendere decisioni unilaterali.
Temporanee immagini si schiantano su altre immagini sclerotiche, in sistemi che impediscono l’alternanza, la successione e quindi il miglioramento.
Quando il danno è fatto anche la causa ha le sue ragioni.
Provocato il cazzeggio ilare e dissacratorio dei presenti, chiude con la solita litania composta con titoli di film alternati a nomi di generi alimentari e di consumo, che descrivono situazioni di disagio causato dalla guerra. La ripetiamo a memoria come un mantra, come una preghiera:
L’orribile verità: la tessera.
Lasciateci vivere: il pane.
Orizzonte perduto: la farina.
Bionda sotto chiave: la polenta.
Il sogno infranto: il burro.
Tormento: l’olio.
Abbandono: il riso.
L’inafferrabile: il caffè.
Il tesoro nascosto: le patate.
Tutta la città ne parla: il formaggio.
La straniera: la lasagna.
Il primo pensiero: la colazione.
La porta chiusa: il macello.
I prigionieri del sogno: la fila.
L’adorabile sconosciuta: la saponetta.
Lo vedi come sei?: il gas.
La luce della città: l’oscuramento.
La cena delle beffe: sabato sera in trattoria.
L’auspicio di tutti: che la pianteranno!
(amen!)
Appagato dalla meditazione, dei mugolii mi scuotono dalla cecagna. Tra i rami secchi stecchiti di un albero che sembrava completamente spoglio, dei pavoni aprono simultaneamente la coda. Sbocciano decine di ruote colorate a pennellare l’abbaglio del deserto.
Dopo aver fissato il sole sanguigno ficcarsi nella linea tra cielo e terra, senza aver colto nessun auspicio, incerto come un’ombra rientro al villaggio, trafitto dalla colpa di non saper vivere senza fare danno.
Sfatto, nel deliquio rinvengo. Poi, odo leggere note di tabla provenire chissà da dove nel lodge. «Hey! Cut’n out! Right, guy!»
Urla l’americano della stanza accanto.
Intento a spararsi in vena morfina base, che ogni volta spizza da una piccola scatola di latta svuotata dalle caramelle balsamiche, non esige altro che silenzio.
Prendo il fucile da dietro la porta ed esco, che uno per il caldo non può fare altro.
IV
Dopo alcuni giorni di inattività bellica, un avvenimento di eccezionali proporzioni viene a interrompere la piacevole monotonia del deserto che pare durare da un secolo, benché già da tempo abbiamo abituato il grugno.
Riceviamo l’ordine di approntare alcuni aerei della mia squadriglia per cooperare con altri reparti dello stormo a una nuova azione offensiva su obiettivi nemici. Sono alla mia ennesima azione di guerra. Poco prima che il mio veicolo venga messo in moto, colto da uno strano presentimento, sostengo una discussione con l’armiere a cui è affidata la manutenzione della mia fedelissima mitragliatrice superiore, e finalmente riesco a persuaderlo con l’aiuto del motorista, che è vecchio compagno di volo. Infatti ora il fungo è svitabile e in caso fosse necessario lo si potrebbe eliminare subito.
Nella tarda mattinata gli aeroplani pronti per l’azione iniziano a decollare. Il mio velivolo prende a capo il colonnello pilota, il maggiore secondo pilota, il sottotenente puntatore e gli avieri: il marconista e l’armiere. Termino di mangiare un pezzettino di pane che già avevo cominciato a sgranocchiare, un sorsino di anice e poi cuffia in testa e al lavoro.
Quasi subito prendiamo contatto con le due formazioni di cinque aerei a cui noi, da undicesimi, ci teniamo questa volta estranei, e ho l’impressione che il comandante dello stormo voglia gustare da libero battitore lo spettacolo offensivo dei suoi valorosi equipaggi.
Voliamo già da diversi minuti in territorio nemico e come mia abitudine sono in piedi sul seggiolino, pronto alla mitragliatrice a sventare possibili sorprese della caccia nemica, tenendo anche il ricevitore sintonizzato e le cuffie premute sulle orecchie per eventuali chiamate.
A un tratto una corrente d’aria ricca di polvere mi fa abbassare rapidamente gli occhiali e portare la mano inguantata sulla bocca: sono stati aperti senza preavviso gli sportelloni delle bombe. Viriamo leggermente a nord, subito le prime “caramelle” precipitano dal nostro aereo e dalle formazioni che teniamo a un centinaio di metri. Mi piego sui cestelli vuoti per controllare il tiro e l’effetto degli ordigni. Partono a brevi intervalli, s’avventano con veemenza, poi dispaiono alla vista per alcuni secondi finché rapide fiammate e globi di fumo nerissimo coprono sul suolo desertico dei punti scuri sparsi, ovvero aeroplani decentrati sul campo di manovra nemico e loro base logistica.
Gusto per qualche minuto questo ricamo di bombe che via-via eseguiamo nel deserto fino alla costa, dove la spiaggia aggredita dall’alta marea sparisce e il mare ritraendosi lascia enormi acquitrini.
Lentamente viriamo per colpire l’ultimo obiettivo.
L’ufficiale puntatore sgancia gli ultimi bambinelli cercando di colpire un treno in marcia, quando, alzando la testa, mi accorgo che un folto numero di caccia nemici ci assale da tutte le parti con violente e rabbiose raffiche delle loro mitragliatrici. Uno frontalmente infiora di pallottole la parte esterna destra della cabina di pilotaggio, vicinissimo al secondo pilota. Un altro ci aggredisce dal disotto con una serie di raffiche e poi si allontana. Tolgo la sicura alla mia Breda; faccio appena in tempo ad accogliere un caccia che si stabilisce in coda a non più di cinquanta metri mitragliandoci a tutto spiano; d’ora in poi non vedo altro che il mio diretto avversario. Fra poco la sorte deciderà.
Il nemico è maledettamente abile e sistematosi nei punti morti di coda del nostro velivolo non si lascia colpire. Ogni volta che tende a scoprirsi, lo inchiodo nel suo motore, ma si avvantaggia della nostra scia bucherellandoci senza pietà. Per questa situazione sono preoccupatissimo; il nostro aereo può incendiarsi da un istante all’altro. Non oso distrarmi un secondo dalle mosse del nemico, prontissimo a sfruttarne qualsiasi movimento. Il motorista mi corre vicino, vorrebbe fare qualcosa. Lo fisso un istante, «il fungo del brandeggio!» gli urlo continuando a lanciare brevi raffiche contro il rivale mentre il motorista stende il braccio destro e con dei colpi di mano fa saltare il fungo. Ora sì, caro cacciatore, possiamo guardarci bene in faccia!
Noi o Tu?
Dirigo la canna della mitragliatrice fra i timoni di coda e faccio al cavaliere l’omaggio di alcune sequenze inattese e ben aggiustate. Ne constato subito l’effetto poiché il nemico cambia tattica immediatamente e si rifugia lateralmente un po’ in alto alla mia destra. Egli ha veramente studiato l’armamento dei nostri aeroplani con cura ammirevole, non è un pivello. Le sue astute manovre ravvicinate rivelano che è una vecchia volpe. Si rifugia dove non posso offenderlo, ma neanche lui può sparare bene da quella posizione.
Contemporaneamente tutte le armi di bordo rovesciano un lungo assolo di colpi ininterrotto, come un ululato contro i velivoli nemici che entrano nel loro tiro. Il nostro fedele cacciabombardiere, benché ferito molto seriamente, continua a filare meravigliosamente, appena in picchiata, vibrando nervosamente come un gigante infuriato per il violento crepitare di tutto l'armamentario.
Dopo qualche istante d’indugio, il pilota che ci segue accanito decide di eliminarmi e infatti non gli sarebbe difficile se avesse più mira, giacché sono completamente col busto scoperto, visibilissimo. Ora scivola leggermente d’ala dal punto laterale più alto con l’evidente intento di tagliarmi in due con la sua raffica a sega. Questo tentativo lo ripete diverse volte e io lo precedo nei suoi movimenti con la mia Breda che si torce come una serpe, fino a incepparsi.
Mi dico: Calma.
Con le mani ghiacciate la riarmo e sparo subito.
Il lupo ora sembra indeciso, forse è ferito.
Mi riesce di inquadrarlo perfettamente mentre scivola d’ala dall’alto e lo tengo con una lunga sequenza di colpi, folgorandolo. Immediatamente il caccia s’impenna e subito affonda a coltello, imbarcando aria finisce preda della forza di gravità. Lo seguo coll’occhio nel mirino, finché sono certo che non è una manovra. Il disgraziato precipita irrimediabilmente, nessuno di noi vede staccarsi il paracadute dall’aereo che continua a precipitare fino a perderlo di vista.
Non vedo altri aerei da caccia nemici; ora è solo la contraerea che al nostro passaggio, ormai lontani, ci tira delle granate.
Dopo la battaglia le nostre formazioni non sono più compatte e alcuni aeroplani gravemente colpiti planano per effettuare atterraggi di fortuna nelle nostre prime linee.
Do uno sguardo di venerazione alla mia brava mitragliatrice e noto che avrei avuto da sparare ancora una ventina di colpi prima di cambiare il nastro; dimentico per un attimo la gerarchia e scuoto leggermente il colonnello a una spalla facendogli segni di esultanza. È anche lui lietissimo e mi risponde con gesti di assenso: è la prima volta che vedo ridere quest’uomo austero. Ma la festa non è completa fino a che non vediamo spuntare dal corridoio gli altri compagni che durante tutto il combattimento sono rimasti in coda con l’ufficiale puntatore.
Vedendo quest'ultimo strisciare sul fondo della carlinga, comprendo subito che è ferito e l’aiuto a salire in torretta. Mi indica la sua gamba destra. Immediatamente con il motorista gliela scopriamo: un foro di pallottola sopra il malleolo e un altro di pallottola esplosiva nella coscia con molte piccole ferite di schegge.
Laviamo le ferite con tutto il materiale disinfettante della cassetta sanitaria, ma essendo insufficiente, adattiamo a disinfettante una bottiglietta di anice puro che abbiamo portato per rifocillarci in alta quota, prima di fasciare tutta la gamba. Il colonnello fa chiedere al ferito se dobbiamo atterrare, ma lui prega di proseguire.
Atterriamo alla nostra base. Troviamo già pronta l’autoambulanza che avevo richiesto via radio con messaggio cifrato, dopo aver trasmesso al comando di divisione aerea l’esito della missione di guerra.
Una volta sbarcato il ferito e mandato l’armiere a medicarsi alcune piccole ferite di schegge di pallottole esplosive, lancio un’occhiata al nostro bravissimo aeroplano.
Centinaia di proiettili incassati nei piani di coda, nelle ali, nella fusoliera, nelle ruote e infine nei serbatoi, da dove la benzina fluiva durante il rientro, preziosa e terribile, trasformata dalla velocità in una fittissima e fine pioggerella. Non ha proprio voluto incendiarsi o cedere e offrire all’occhio nemico il piacere di un tragico spettacolo.
NOTE: Maquam è un sistema di organizzazione melodica alla base della musica tradizionale araba. La cecagna è una sonnolenza. Il fungo del brandeggio è supporto meccanico che consente il brandeggio della mitragliatrice.
* Gene Umorale alias di Angelo Mereu (Roma 1960), dopo un breve periodo nella marina militare, ha lavorato nel commercio, nell’industria e nell’artigianato. Per le sue canzoni è stato segnalato al Premio Edicola 1978 ed è stato finalista al Premio Roma Cultura Europea 1981. Con Ibiskos ha pubblicato due raccolte di poesie: Ultime note di quiete (1992) e Gene Umorale (1993). Nel 2004 ha pubblicato le prose I Santi e le Colonie (Oppure). Il presente racconto sta per essere pubblicato insieme ad altri dall’editore IVVI, che ringraziamo per aver concesso questa anteprima.







