Ventisette metri quadri / Un racconto di Massimiliano Piccolo
- Redazione

- 21 set 2025
- Tempo di lettura: 9 min

Francesco saliva le scale con un paio di scatoloni sotto braccio e pensava a quanto potesse essere difficile riconoscere l’autunno a Milano. Fuori dai parchi, gli alberi erano pochi e, laddove c’erano, le foglie colorate venivano risucchiate agli angoli delle strade, finivano sotto le automobili parcheggiate, oppure venivano aspirate dalle spazzatrici che prima dell’alba svegliavano la città.
Ad ogni scalino che saliva, con il fiato che si faceva un po’ più pesante, rifletteva su quanto fosse stato folle pensare di riuscire a vivere in quella città per oltre due anni. Due anni di speranze, attese e di piccoli sogni che non si erano mai realizzati.
Due anni prima metteva il primo piede, forse controvoglia, anche se non riusciva ad ammetterlo a se stesso, nei ventisette metri quadri di quel monolocale in via Conte Rosso, nella parte storica e pedonale di Lambrate. Erano soltanto lui e lei, per la prima volta nella stessa stanza che fungeva da sala, cucina e camera da letto. Entrambi senza lavoro ma fiduciosi nel futuro; Melissa con le sue ambizioni da attrice, lui con l’idea di accontentarsi di un impiego che potesse garantirgli la mera sopravvivenza economica. Francesco si accontentava di poco; bastava stare insieme, leggere qualche bel libro di poesie o un romanzo contemporaneo, girare per librerie e restare a contemplare lei e il suo grande sogno.
Francesco era arrivato al pianerottolo e aveva suonato il campanello nonostante avesse le chiavi in tasca, un po' per non disturbare, un po’ per il timore di ricordare a se stesso che quella, fino a qualche settimana fa, era stata casa sua; anzi, casa loro. Aveva sentito i passi leggeri di Melissa raggiungere la porta e pronunciare la parola arrivo senza alcuna particolare inflessione. Lei aveva aperto e Francesco era riuscito ad incrociare soltanto il suo sguardo, isolandolo da tutto il resto. Gli occhi erano più verdi e luminosi di come li ricordava, forse per l’effetto della luce che entrava dall’unica finestra del monolocale. Gli sembrava incredibile come si riuscisse a dimenticare colori, profumi, gusti, rumori e sensazioni in due sole settimane. Un paio di settimane di separazione contro sette anni di relazione, di cui due, di strettissima convivenza.
- Entra pure - aveva detto lei abbassando lo sguardo verso il pavimento.
- Grazie - aveva risposto lui guardandosi intorno.
- Veloce che altrimenti esce Trilly.
Era entrato e aveva chiuso la porta celermente, facendola sbattere in tutta la sua fragile consistenza. Melissa lo aveva guardato più male del solito e lui era riuscito soltanto a farfugliare una parola che suonava come scusa.
Si aspettava che arrivasse Trilly, miagolando, a fare il solito slalom tra le sue gambe. L’aveva cercata ma non era riuscito a focalizzarla. Sapeva che era in casa, ma si stupiva che non si facesse vedere. Si era domandato se lo avesse già rimosso dalla memoria, diffidando del suo nuovo odore sconosciuto, come sanno fare solo i gatti, o se fosse stata addestrata in tempo record da Melissa per odiarlo e tenergli il broncio restando in qualche angolo invisibile del monolocale.
Melissa si era accovacciata sul divano letto Ikea su cui avevano visto tantissimi film tra cui A Mood for Love. Era lei ad avere una particolare passione per il cinema coreano.
Su quel divano avevano fatto l’amore ed erano rimasti ad accarezzarsi, nudi, per intere serate. Francesco l’aveva osservata e lei si era messa a leggere la solita manciata di fogli volanti.
- Cos’è? - Aveva chiesto lui.
- Niente, è solo una parte. Devo fare la figurante in un spot.
- Di cosa?
- Un prodotto igienizzante di cui non ricordo il nome.
- Capisco.
Francesco aveva troncato il dialogo con la più superficiale delle espressioni. La realtà è che non gli veniva nient’altro da dire e che non riuscivano più a comprendersi. Ed era proprio per questo motivo che era venuto a prendere le sue ultime cose.
Si era guardato attorno, cercando di ambientarsi, provando ad annusare l’aria per avvertire odori e profumi sconosciuti, magari di presenze maschili che avrebbero potuto giustificare la fine di tutto. Purtroppo però, non aveva avvertito nulla di strano.
Aveva cominciato ad aprire le ante degli armadi alla ricerca di oggetti che gli appartenevano. Aveva afferrato qualche maglietta, un paio di camicie e dei pantaloni stropicciati. Aveva lasciato una T-shirt dei Led Zeppelin tutta rovinata e un’altra con Ganesha che aveva preso a New Delhi per sé e che lei aveva iniziato ad usare come maglia del pigiama.
- Puoi prenderle se vuoi - aveva detto Melissa continuando a leggere il copione senza degnarlo di uno sguardo.
- Sei sicura?
- Certo.
- Ma no, sono tue ormai. Te le lascio.
- Ho detto di prendertele.
Lei aveva emesso un mugugno di assenso e lui le aveva appallottolate in uno degli scatoloni che aveva portato con sé. Poi era passato alla minuscola zona soggiorno, aveva afferrato la tromba che non usava da almeno quattro anni, qualche soprammobile indiano, le bandierine della preghiera e aveva messo tutto, in qualche modo, all’interno dello scatolone. Poi aveva rivolto lo sguardo verso l’angolo che costituiva la zona cucina, quella che considerava la parte più difficile da prendere in considerazione.
- Prendo la pentola, va bene?
- È l’unica che abbiamo, cioè, che avevamo.
- Lo so, ma l’avevo presa a mia madre. La rivuole.
- Prendila allora.
Francesco era rimasto in silenzio, aveva messo la pentola nella scatola e si era sentito il peggiore e il più vile dei ladri. Avrebbe voluto lasciare tutto quello che aveva preso, compresi gli scatoloni, così come avrebbe voluto lasciare le chiavi sulla mensola all’entrata e fuggire via il prima possibile.
Avrebbe voluto riempire la stanza di musica, di una musica allegra, di fiati e percussioni, in modo da non sentirsi soffocare nel silenzio che si era creato. Così, sapendo che non era possibile accendere lo stereo che aveva portato via l'ultima volta, aveva tentato di riprendere la conversazione:
- Per il resto? Come va?
- Come vuoi che vada. Normale.
Melissa non aveva sollevato lo sguardo dal foglio bianco, piuttosto il suo sguardo si era incupito e aveva assunto l’espressione da bambina offesa. A Francesco faceva tenerezza, ed il cuore, che tentava di essere della consistenza della pietra, aveva cominciato a dare segni di cedimento e a creparsi un poco alla volta.
Aveva infierito cercando di spezzare quel silenzio che non riusciva a gestire. Ancora una volta aveva messo il suo bene prima di quello di Melissa. Aveva preferito salvare se stesso da quel maledetto silenzio piuttosto che affrontare la situazione. Con lui non c’erano speranze, e lei lo sapeva benissimo.
Aveva radunato gli scatoloni e dato una rapida occhiata ai pochi metri quadrati che componevano l’appartamento per controllare se aveva preso tutto. Mancava soltanto il divano letto su cui era accovacciata Melissa.
- Il divano lo lascio. Poi vediamo.
- Come vuoi. Se lo vuoi, prendilo pure. Io mi siedo a terra, tanto mi arrangio. Non ho problemi.
Il tono della sua voce era calante. Nonostante le frasi spezzate, Francesco aveva riconosciuto la sua voce e si era sentito a casa. Aveva avvertito la cadenza pugliese che non riusciva ad estirpare nonostante i lunghi anni passati a Milano.
Melissa si era poi alzata in piedi davanti a lui, mentre Francesco aveva lasciato le chiavi sulla mensola all’entrata.
- Vado. Ci sentiamo.
- Ok.
- Se ti va di venire a trovarmi, sai che sei la benvenuta.
Lei non aveva risposto e aveva lasciato rimbombare la frase di lui all’entrata del monolocale in cui erano stati una coppia, e per più di qualche momento, anche una coppia felice.
Francesco aveva portato fuori i due scatoloni riponendoli uno sull’altro. Non vedeva nulla di ciò che c’era davanti a lui, ma non gli importava, due anni erano bastati per memorizzare i passi e gli ostacoli che si presentavano in quella sua ultima discesa.
Melissa non lo aveva salutato e la porta si era richiusa alle sue spalle. Aveva avvertito un dolore che gli trafiggeva le scapole, il trapezio e l’intera colonna vertebrale. Sapeva che quel dolore non esisteva e che incarnava il frutto amaro di una mente che non riusciva ad accettare cosa stava per accadere, in quel preciso momento, oltre quella porta. Si era incamminato lentamente verso le scale, senza riuscire a respirare, e l'aveva immaginata mentre cominciava a singhiozzare, a lacrimare e a bagnare la fotocopia sgualcita del suo prossimo lavoro. Davanti a lui c’era soltanto il colore beige di uno scatolone e una striscia di scotch di una tonalità più scura.
Avrebbe voluto tornare indietro, lasciare a terra gli scatoloni e appoggiare l’orecchio vicino alla porta ad origliare, a sentire se si stesse disperando, per ciò che non si erano detti, per ciò che non aveva saputo dirle, per non averla stretta a lui dicendole che lui c’era, che era lo stesso che aveva incontrato prima di venire a vivere in quella città disperata, in quella cella di ventisette metri quadrati che aveva decretato la fine del loro rapporto. Oppure avrebbe voluto sentirla mentre iniziava a ridere di gusto, in modo sguaiato, come sapeva fare lei, fregandosene di lui e della loro storia che non avrebbe mai potuto funzionare, nonostante avessero provato, l’uno e per l’altra e viceversa, tutto l’amore del mondo; magari accarezzando e prendendo in braccio Trilly, che sarebbe ricomparsa, dismettendo i panni della felina diffidente, dopo la sua ultima e fallimentare uscita di scena.
Scendeva ogni scalino a memoria. Era arrivato sino all'ultimo ricordandosi che il successivo sarebbe stato leggermente più alto rispetto agli altri. Aveva fatto un saltino e raggiunto il pavimento, poi era arrivato sino al portone in legno e aveva evitato di voltarsi per non scorgere il cortile in cui erano stati insieme così tante volte. Era arrivato al portone, lo aveva sbloccato con il mignolo, l’unico dito rimasto libero, e lo aveva aperto con il piede destro. Aveva annusato l’aria per cercare chissà cosa, e questa gli era apparsa ancora più stantia di quella del monolocale; l’inquinamento della tangenziale est e l’odore di piscio dei frequentatori notturni della pizzeria di fronte, che ristagnava sulle mura esterne, gli erano penetrati nel naso e nella gola. Nonostante i due anni di quegli odori, non era ancora riuscito ad abituarcisi.
Aveva raggiunto l’auto poco distante, aveva posato gli scatoloni e aperto il baule. Li aveva infilati in qualche modo, aveva chiuso e poi aveva rivolto lo sguardo al primo piano, in direzione della finestra. Due anni e non avevano mai messo una tenda. Era un po’ come se non si sentissero del tutto a casa loro, ma soltanto ospiti di un momento, in un luogo qualsiasi nel mondo. Lui e lei a condividere attimi, sapendo che non sarebbe stato necessario montare mensole, tende o altro, perché le cose sarebbero finite, a partire da loro e dalla loro storia.
Non c’era nessuno affacciato alla finestra. Non c’era Melissa e non c’era nemmeno Trilly, la gattina che lo aspettava sempre sul davanzale e si metteva a miagolare quando lo vedeva arrivare. Si domandava cosa stessero facendo, in quel momento, le due femmine della sua vecchia vita.
Francesco era entrato nell’abitacolo, aveva girato la chiave e messo in moto per completare la sua mesta fuga da quella vita che non gli era mai appartenuta.
In venticinque minuti era sulla Milano-Varese e si cominciavano a scorgere le Prealpi. Ogni volta che le vedeva, quando usciva da Milano, si sentiva a casa, chilometro dopo chilometro. Era come un immenso quadro che gli comunicava che il peggio era passato. Ora, mentre guidava sulla terza corsia, quella di chi non aveva fretta o di chi che doveva metabolizzare una fine, il quadro gli era sembrato più triste del solito, un po’ più cupo, inquieto, nonostante il sole e le montagne innevate.
Aveva acceso la radio, sperando di incappare in qualcosa di lieve, di leggero, magari qualche ritmo sincopato, caraibico, qualche giro di basso profondo e di fiati che potessero portargli un finto velo di allegria, ma non vi era nulla di tutto questo a rendergli il momento meno pesante.
Pensava alle volte che avevano percorso quella strada insieme, alle volte che era riuscito a mostrarle e a trasmetterle la bellezza delle montagne in ogni differente stagione, e gli erano venute alla mente soltanto una manciata di episodi. Avrebbe dovuto capirlo in quei differenti momenti che le loro strade non avrebbero potuto condurre alla medesima destinazione. La città non sarebbe mai stata il lago Maggiore. Il lago Maggiore non sarebbe mai assomigliato alla città. Forse nemmeno in autogrill, a metà strada tra i loro sogni distinti, avrebbero potuto trovare la pace della condivisione.
Francesco macinava chilometri senza guardare mai nello specchietto retrovisore. Ciò che c’era alle sue spalle, purtroppo, non gli apparteneva più. Ogni tanto controllava lo smartphone per vedere se Melissa aveva scritto qualcosa.
Rifletteva se un giorno si sarebbero rivisti. Lo pensava e lo ripensava da quando si ero seduto in auto. Era un pensiero che fingeva di riuscire a gestire ma che gli annebbiava la mente. Aveva passato il casello di Gallarate e aveva cominciato a sentire di aver finalmente scavalcato le mura ostili di Milano. Da qui in avanti cominciava la vera strada verso casa.
Chissà se un giorno sarebbe venuta a trovarlo, pensava. Chissà se le sarebbe piaciuta la casa troppo grande che si era scelto. Ed era proprio in quel momento, che una lacrima, finissima e ghiacciata come l’acqua di un ruscello delle montagne che si era scelto, aveva deciso di scorrere celermente sulla sua guancia sinistra.
* Massimiliano Piccolo (1982) ama passeggiare tra i boschi e viaggiare. È laureato in Scienze Politiche, ha lavorato come assistente alle Pubbliche Relazioni per Medici Senza Frontiere. Ha pubblicato tre raccolte di poesia, l’ultima con Italic Pequod e vari racconti su «Pastrengo», «Argo», «Firmamento», «A Few Words», «Cadillac», «SpaziInclusi», «A-Rivista Anarchica», «Crapula», «YAWP» e altre. L’Equilibrio degli elementi è il suo primo romanzo, scritto durante un viaggio di cinque mesi in America Latina.





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