Lo scultore / Un racconto di Angelo Lachesi
- Redazione

- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 9 min

– Come potete vedere, Apollo afferra Dafne con la mano destra mentre con la sinistra si tiene in equilibrio. Nella corsa è la gamba destra che regge il peso del corpo, la sinistra, invece, si sporge indietro. Notate le labbra del dio: sono socchiuse e sembrano ansimare per la corsa e il desiderio...
Aiace ascoltava l’insegnante parlare con gli occhi incollati alla scultura. Ammirava quelle forme come se stessero per prendere vita, proiettate verso l’alto in un dinamismo che le faceva apparire leggere come l’aria e vive nello sforzo della corsa.
– Dafne si sporge per sfuggire ad Apollo e nel tentativo di fuga inarca la schiena quasi volesse conquistare un vantaggio sul dio. Come vedete, la ninfa è nuda e il suo corpo sta iniziando una trasformazione: gli arti inferiori stanno diventando radici mentre le mani, alte verso il cielo, si stanno tramutando in foglie. Il viso di Dafne ha un’espressione spaventata, vedete la sua bocca... è spalancata per il terrore!
Aiace fissò estasiato la scultura fin quando si sentì strattonare. Sembrò rinvenire da uno stato di incoscienza guardandosi alcuni secondi attorno, poi si voltò stralunato verso due compagni che, intenti a scappare uno dall’altro, sghignazzavano inebetiti.
Il ragazzo seguì il resto della classe spostarsi lungo il museo, ma rimase col pensiero fisso alle due figure di marmo. Fu quello il momento in cui l’arte scultorea divenne per lui una passione viscerale.
La scultura ammirata quel giorno fu solo la prima di innumerevoli opere che lo appassionarono.
Il giovane terminò il Liceo con profitto. Proseguì gli studi all’Accademia dedicandosi con passione e ardore alla sua arte. A vent’anni aveva già acquisito una discreta tecnica: era capace di lavorare il marmo con abilità e realizzare piccole opere molto apprezzate dai docenti del suo corso. Sandro, il suo migliore amico, condivideva gli studi e la passione per la scultura e lo osservava per ore lavorare il marmo. Scrutava i suoi movimenti con malcelata invidia e lo ammirava come un esempio di dedizione e talento.
A ventiquattro anni Aiace, terminata l’Accademia, divenne un artista dotato e promettente. Perfezionò i suoi studi frequentando scultori rinomati e, negli anni successivi, sviluppò ulteriormente le proprie doti tecniche. Col tempo si affrancò dal Bernini, che idealmente considerava suo maestro, e sviluppò uno stile eclettico e molto personale. Non pochi, tra intenditori e profani, ritenevano la sua opera magnifica.
A ventisette anni, trovò un impiego presso una scuola privata. Accettò quel lavoro come docente di storia dell’arte convinto che, di lì a poco, il mondo si sarebbe accorto del valore delle sue sculture. Era solo questione di tempo. E allora, tutti gli avrebbe tributato gli onori che meritava.
– È bella, ma troppo classica – si sentì dire da un gallerista quando propose una delle sue opere.
Aiace si guardò attorno con malizia:
– È classica come gran parte delle altre opere esposte!
– Già, ma questi autori sono famosi, hanno tutti già un nome, ci sono estimatori disposti a comprarle a occhi chiusi – lo gelò con un’espressione grave e sarcastica allo stesso tempo.
– Capisco – replicò con un tenue sorriso, quasi volesse fingere indifferenza – posso proporle altre opere?
– Sono dello stesso tenore di questa?
Aiace si limitò ad annuire mentre squillò il telefono del gallerista. L’uomo si scusò poi si allontanò per rispondere.
Dopo dieci minuti di vana attesa, Aiace andò via spazientito.
Provò da altri galleristi con esiti analoghi. Sembrava che tutti gli facessero un favore ad esporre le sue sculture, un atto di compassione quasi.
Disilluso, ma ancora motivato, il giovane si concentrò sempre più sull’attività artistica perfezionando le sue abilità, sperimentando nuove tecniche e approfondendo nuovi studi. Continuò ad insegnare presso la scuola privata mentre l’amico ripeteva, con convinzione, che prima o poi il successo gli avrebbe arriso. Quando Aiace sentiva quelle parole non rispondeva, si limitava a socchiudere gli occhi e ad alzare le spalle con un movimento appena percepibile con cui, forse, voleva indicare indifferenza nei confronti di quell’auspicio anche se, nell’intimo, seguitava a crederci.
I due si incontravano ai tavoli di un caffè in centro, sempre lo stesso. Sandro aveva lasciato l’accademia al terzo anno. Poco incline allo studio, aveva accettato un impiego in banca, sicuro e ben retribuito.
– È un’occasione che non potevo rifiutare, di questi tempi poi! – Gli ripeteva in continuazione mentre Aiace annuiva con un lieve cenno del capo ma lo ammoniva, segretamente, con lo sguardo.
Sandro non aveva mai smesso di interessarsi all’arte ma da diversi anni lo faceva con una nuova prospettiva. La chiamava arte del recupero: prendeva oggetti in disuso, guasti, logori, spaccati, molto spesso trovati nell’immondizia per riutilizzarli, riconvertendoli, in materiale per opere d’arte. Con molta fantasia riusciva a ricreare busti, alberi, animali:
– I tubi sono le braccia, i coperchi delle pentole diventano visi, l’interno delle lavatrici corpi, gli stracci peli e capelli – elencava Sandro tra le risate mentre Aiace lo ascoltava entusiasta.
– Le mie opere stanno alle tue come i disegni di un bambino ai quadri del Caravaggio – diceva con ironia.
Aiace rispondeva tamburellando con le dita sul tavolo, quasi stesse continuando a lavorare il marmo che erano cose diverse perché scolpire è come creare da una forma grezza. Creare con materiali di riciclo è inventarsi cose nuove con elementi già esistenti creati per fini diversi da quello artistico. Così, trascorrevano tra le chiacchiere e gli aperitivi gran parte delle domeniche pomeriggio.
Negli anni successivi, Aiace vinse alcuni concorsi di scultura che gli garantirono una limitata notorietà e la soddisfazione di piccoli riconoscimenti. Vendette anche alcune opere e diverse gallerie si offrirono di esporre le sue sculture. Dagli specialisti del settore le sue capacità tecniche erano riconosciute come eccelse eppure, fu sempre considerato un autore minore il cui unico reddito, peraltro modesto, proveniva dal lavoro presso la scuola privata. Con gli anni, si abituò a lottare con l’idea che la propria condizione fosse la realizzazione di un destino ingiusto ma inesorabile contro il quale doveva ribellarsi.
Era nei lunghi e luminosi corridoi di una rinomata Galleria. Girovagava solitario osservando centinaia di sconosciuti lodare e commentare la lunga fila di opere esposte. Era un lungo cordone disordinato e indistinto di persone. Si muovevano lente, con passi ponderati e i volti fissi sulle sculture quasi ne fossero fatalmente attratti. Ma lui non era lì per l’arte. Gli interessavano le persone, i loro sguardi colmi di ammirazione, le loro reazioni, i loro commenti entusiasti. Per lui, tutto ciò, era una gioia indescrivibile.
Le opere esposte erano i suoi capolavori. Occupavano i corridoi del museo e in migliaia ogni giorno le ammiravano. E in quel momento fu rapito dalla sensazione che aspettava da quanto era uno studente: capì di essere, finalmente, entrato nell’olimpo della scultura, di essere considerato alla stregua di Michelangelo, Raffaello o il suo maestro, il Bernini. E quel sentimento, dopo poco, si tramutò in certezza: le sue opere ammirate e lodate erano il tributo più grande che si potesse ricevere, un riconoscimento che superava il valore del denaro o di qualunque altro bene.
Si svegliò per il suono ritmico della sveglia che, innestatosi nel sogno, si configurò come un frastuono che molestava la quiete e l’armonia di quei corridoi. Imprecò sottovoce stropicciandosi gli occhi poi rimase alcuni secondi attonito, avvolto nelle coperte, fissando il soffitto in un torpore allucinato. Una giovane donna, sembrava quasi in estasi dinanzi ad un suo mezzobusto, fu l’ultima immagine che seguitava ad apparire nei suoi ricordi. E fu con quell’immagine che si stagliava, nitida, nella sua memoria che Aiace riprese a fantasticare, proseguendo il sogno lì dove lo aveva interrotto. Come in un’allucinazione, fantasticò di essere accerchiato da decine di estimatori che lodavano la sua arte, si complimentavano, si contendevano le sue attenzioni. Pochi minuti, poi, contrariato, si alzò dal letto.
Dopo quel sogno, quasi fosse la realizzazione onirica dei suoi più intimi desideri, Aiace smise quasi di cercare un vero riconoscimento. Accettò l’idea di coltivare la sua arte come autore semisconosciuto che sbarcava il lunario insegnando in una scuola privata e scolpiva con impareggiabile perizia nella sua angusta soffitta. La passione per l’arte aveva alimentato tutta la sua vita, ogni singolo giorno, ogni singolo attimo; gli aveva dato un senso che non trovava nella famiglia, nel lavoro, nei rapporti con gli altri. Giunse persino ad identificare la scultura con la sua stessa esistenza e questo lo portò a superare le sue frustrazioni e a trovare una forma di appagamento nella condizione di artista anonimo, come se, proprio quello, fosse il suo posto nel mondo.
Era l’ultima domenica prima di Natale. Un violento acquazzone era appena terminato e nell'aria indugiava un forte sentore di pioggia. Aiace si fece strada tra lo sciame di persone riversate in strada fin quando giunse al caffè. Tolse il copricapo e si accomodò sillabando, a bassa voce, l’elenco delle raspe e delle lime che avrebbe voluto comprare. Sandro comparve improvviso, era fradicio e trafelato. Sembrava animato da un fervore che Aiace non aveva mai visto suo volto.
– Non posso crederci! Non posso crederci! – esordì come stravolto – ricordi il busto col basamento che avevo fatto con le sedie, il tavolo e gli elettrodomestici?
– Il tuo David! – replicò con ironia Aiace.
– Esatto! Dopo che è apparso sulle riviste di arte ha avuto, diciamo… un certo successo…
– E?
– E l’ho venduto ad un manager londinese!
– Venduto?
– Già, per 15.000 sterline! Ti rendi conto? 15.000 sterline...
Aiace affondò nella sedia e sorrise in maniera forzosa, quasi volesse compiacere l’amico. Poi rimase muto tutto il pomeriggio limitandosi ad annuire ai racconti di Sandro.
Sei mesi. Tale fu il tempo che impiegò Sandro, nell’incredulità di ciò che gli stava accadendo, a conquistare fama e notorietà internazionale. Aiace ascoltava i resoconti dell’amico, leggeva le recensioni e gli articoli che ovunque fiorivano su di lui. Lo ascoltava durante le interviste radiofoniche e lo guardava negli interventi televisivi. Si sforzava di vedere il successo di Sandro per ciò che era: un colpo di fortuna o una reinterpretazione dell’arte contemporanea che, in ogni caso, non toglieva nulla al valore delle sue opere. Tuttavia, l’idea di un’ingiustizia dai connotati sadici divenne, lentamente, uno spettro persecutore. La persecuzione si tramutò in tormento. E il tormento in uno strazio crudele da cui non riuscì liberarsi in alcun modo.
I due continuarono ad incontrarsi la domenica malgrado Aiace divenisse sempre più malinconico mentre Sandro sempre più entusiasta. Aiace osservava l’amico con segreta invidia e la percezione che stesse beneficiando di ingiusti vantaggi ai quali, egli, era estraneo. Chiuso in un aristocratico riserbo, non si sentì in alcun modo pago della propria sorte ma si vide lacerato, sempre più, dal risentimento.
Una mattina di giugno, insolitamente calda, Sandro gli inviò un messaggio. Era in partenza per Madrid, lo attendevano per inaugurare una galleria di arte contemporanea. All’interno era esposta anche una sua opera. Quando Aiace lesse quel messaggio rimase a fissare il display alcuni secondi poi posò il telefono sul tavolo e andò in cucina per la colazione, cercando di non pensare a nulla che non fosse il solito caffelatte. Sorseggiò penosamente la tazza, senza decidersi a finirne il contenuto. All’improvviso, fu aggredito da qualcosa che non aveva mai provato, come se le viscere nel suo corpo si stessero rivoltando. Dopo poco, le mani tremarono e le gambe vacillarono. La bocca si seccò e il respiro divenne corto e affannoso. Gli occhi si fecero lucidi, lo stomaco si strinse come se lo avessero colpito con un pugno. Un impulso indomabile prese possesso del suo corpo. Si sentì come posseduto. Si alzò e si mosse frenetico, con i nervi tesi pronti a scattare, senza un obiettivo e senza che potesse trovare alcuna requie. Iniziò a sudare in maniera copiosa sulla fronte e sulla schiena. Non capì cosa gli stesse succedendo ma non riuscì in alcun modo a contenersi. Aveva caldo, l’aria era asfissiante. Si strappò i vestiti di dosso, lanciò le pantofole contro il muro e prese a urlare a squarciagola saltando per la casa. Dal soggiorno al corridoio fino al bagno, corse a grandi passi urlando versi privi di senso, picchiando i pugni ovunque, prendendo a calci qualunque cosa gli capitasse a tiro. In cucina lanciò piatti e bicchieri contro il muro, poi sfasciò il tavolo, in soggiorno strappò via le tende, in camera da letto devastò l’armadio, il comodino e la cassettiera. La sua furia devastatrice si arrestò solo quando vide del sangue fuoriuscire dal piede. Si era tagliato, forse, col frammento di un piatto o di un bicchiere. Fissò con indifferenza la macchia di sangue allargarsi lentamente in una forma circolare attorno alle dita del piede destro. Dopo un minuto si andò a sedere sul letto. Respirò a fondo e rimase a osservare il cielo, terso, che scorgeva dal rettangolo delimitato dalla finestra della camera. Tutte le sensazioni funeste lentamente sparirono e quell’impeto devastatore sembrò quietarsi. Salì in soffitta in mutande. Il respiro era ancora affannoso, il sudore inondava ormai tutto il corpo. Aprì la porta e guardò, una ad una, le opere che aveva creato. Si avvicinò al tavolo da lavoro. Accarezzò la testa del cavallo di granito, ancora grezza, su cui stava lavorando, poi andò alla finestra e la spalancò. Fu investito da un’aria calda e profumata, quasi narcotica. Il piede gli doleva. Guardò in basso. La macchia di sangue si stava ricreando. La osservò a lungo ingrandirsi fino a diventare una piccola pozza circolare.
Si voltò e abbracciò con lo sguardo tutte le sue opere. Gli apparvero cupe e meravigliose, come se avessero il potere di rappresentare, in pochi metri quadri, tutta la bellezza del mondo. Si sporse dalla finestra. Quel cielo azzurro, terso – cristallino quasi – gli diede fastidio. Gli parve qualcosa di assurdo e ingiustificato. Proprio come il successo dell’amico. Chiuse gli occhi. Fu invaso da una moltitudine di sentimenti che non riuscì ad esprimere né a controllare. Si sentì risucchiato in un vortice di sensazioni inesplicabili, incapace di capire chi fosse, cosa volesse, per cosa vivesse.
– È assurdo! – disse a se stesso con le labbra accartocciate in un’espressione di amaro disgusto. Poi respirò a fondo e ripeté prima di lanciarsi dalla finestra:
– È assurdo… davvero assurdo!
* Angelo Lachesi vive a Milano, dove insegna filosofia e storia in un liceo della provincia. Nel 2015 ha pubblicato la raccolta di racconti Il naufrago per l’editore Leucotea. Negli anni successivi, i suoi racconti sono apparsi su numerose riviste, tra cui «Alibi. L’altrove letterario», «Voci Marziane», «La Nuova Rivista Letteraria», «Il Foglio Letterario» e «Neutopia», e nelle antologie Oscure presenze (Mezzelane) e Short Stories (Ed. Scudo). Nel 2021 è uscito il romanzo Il domatore di insetti (Mezzelane). Nel 2025 ha pubblicato il racconto lungo La proiezione ideale presso Delos Digital. A breve è prevista la pubblicazione del suo secondo romanzo con le Edizioni Clandestine.




Commenti