Ines di Massimo Dagnino / Recensione di Alessandro Biddau
- Redazione

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Protagonista del libro d’artista di Massimo Dagnino (uscito da poco con una raccolta all'interno del collettivo Einaudi Nuovi poeti italiani 7), Ines (Edb Edizioni Milano), è un monumento funebre situato all’interno del cimitero di Borzoli e dedicato a una fanciulla di nome Ines, che morì prematuramente (all’età di undici anni) facendosi «immagine di una adolescenza interrotta». Tuttavia, sebbene spicchi per la delimitazione quasi maniacale del suo oggetto, il libro Ines (2010) non è un cristallo isolato, perché la figura femminile ricorre più volte nella produzione sia precedente che successiva, alla stregua di un talismano. Come un fiume carsico, essa riemerge in altre opere gremite di simboli e ornamenti funerari: A-Ω (festina lente) del 2009 (ma iniziato nel 1994 con la sezione “Voci fuori campo”), e L’horror stesso (2020-2024), in cui, dopo aver contemplato i suoi minuziosi stivaletti, ci si imbatte nel suo volto corrucciato – lo stesso volto che, nel disegno di apertura a Ines, proietta un doppio fantasmatico.
E infatti, la vita residuale del fantasma pervade lo scenario cimiteriale della sua latenza, spingendo Dagnino a rinnovare incessantemente il colloquio con quell’effigie imponente e del tutto fuori scala che pare «assorbire il cimitero costringendoti a una visione frontale». Così, dall’horror si passa al thriller – segnalato dall’intermittenza del colore rosso – in cui si viene ogni volta ricacciati, rivelando qualcosa di decisivo circa il modus operandi dell’artista, che è sempre anticipato, preso in controtempo dalla sua «visione». Ma, si badi bene, tale visione è la visione di Ines (è lei a menare la danza), e il paesaggio di tralicci e alberi fruscianti – documentato dalla serie delle tavole – è il suo paesaggio. Con il suo sguardo altezzoso, catturato da un rullino in bianco e nero da 3200 ISO, sembra esigere l’attenzione che le sarà prontamente accordata, perché solo i morti hanno il diritto di esigere qualcosa, e potrebbero richiederlo sempre.
Per questo, forse, l’autore non smette di svolgere i suoi rilevamenti nel cimitero di Borzoli dal primo «impresagito incontro» con Ines, avvenuto negli anni ’90: egli racconta che faceva molto freddo, e l’impraticabilità del disegno dal vivo obbligava al congelamento fotografico. Si era trattato di un incontro stupefacente, come se ne possono avere parecchi nei cimiteri della periferia genovese, dove lo sfarzo delle architetture in luoghi inaspettati è sintomatico di una maggiore autonomia – e simpatica tracotanza – dei quartieri limitrofi nei confronti del centro.
Venendo all’architettura, Ines ne racchiude l’origine e il senso. In esergo, Dagnino pone sagacemente uno scambio di battute tratto da Murakami: « - Prima o poi ti succederà. - Ma non adesso. Devo aspettare che mi cresca il seno». Seno che, nel caso di Ines, non crescerà più – proprio come un qualsiasi monumento, il cui prezzo da pagare, per far valere la propria autorità sui secoli, è l’impossibilità di crescere. Allo stesso modo non può crescere l’acrostico (poesia costretta ab origine nei suoi vincoli) che irrompe verso la fine del libro : «Improvvisamente il mondo è inerte / Non cresce mai, / Esiste costretto in una / Stupefacente visione frontale».
Tutto ciò aiuta a comprendere il significato di quei biglietti obliterati che siglano ciascun disegno e che, testimoniando la serie degli spostamenti in autobus, riducono la spontaneità del viaggio al suo precipitato mortifero. Ecco, allora, l’affinità con un altro libro di Dagnino uscito nello stesso anno, Vivere nel quartiere (EDB, 2021): se là la mortificazione opera già a partire dall’infinito “vivere” (chi vive?), qui Ines rappresenta la vita che si aggrappa tenacemente al vincolo del nome. Ma non è tutto: al quartiere popolare, a differenza che a qualsiasi altro tipo di centro abitato, è impedito di crescere. Anche in quel caso, come accade in Ines, l’ostinata mutezza della figura innesca il proliferare delle molteplici, e sempre insufficienti, prospettive.





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