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Antonio Gamoneda a Casablanca


Al Salone del libro di Casablanca l’ospite d’onore di quest’anno è stato il poeta spagnolo Antonio Gamoneda. Premio Cervantes pubblicato in Italia da Edb Edizioni Milano. Nel suo intervento ha descritto la poesia come un «non sapere comprendendo, o un comprendere non compreso».

In un’intervista a Javier Villuendas, il grande poeta spagnolo entra nel dettaglio della scrittura, rispondendo anche alle critiche di chi trova ermetica la sua poesia: «ermetismo è una parola totalmente equivoca... È una forma sbagliata di interesse. Vorrebbero comprendere la poesia come si fa con la gazzetta ufficiale. La poesia è un’altra lingua, possiede una semantica che si inventa in ogni istante e in ogni poeta. Non si può provare né desiderare una comprensione di carattere logico o lineare, meramente discorsiva, come con un annuncio pubblicitario. Come si può comprendere un frutto? Se ne fa esperienza con i sensi e si capisce ciò che è, ma a partire dall’esperienza, non da una comprensione come quella che qualcuno pretende di applicare al fenomeno poetico». Infine, interrogato sul verso La bellezza non è il luogo dove vanno a parare i codardi, chiarisce che «la poesia è certamente uno spazio di rischio. Di rischio per la propria coscienza... Sembra che i più accomodati o codardi, coloro che si rassegnano alle forme convenzionali, così tranquille e acclamate, non siano a loro agio».

Gamoneda, nato a Oviedo nel 1931, è il più importante poeta vivente spagnolo. Ha pubblicato quasi una ventina di libri, è tradotto in più di sedici lingue. Ha ricevuto riconoscimenti apicali come il Premio Nazionale di Letteratura (1998), il Prix Européen de Littérature (2005) e il Premio Quijote de las Letras Españolas (2009). Non è un poeta del quotidiano, piuttosto rivendica il primato della fantasia nella letteratura. La sua poesia rimonta a Quevedo, a Goya.

Di seguito proponiamo due testi magistrali dalla raccolta Descrizione della menzogna (Edb Edizioni, Milano 2017). Uno recentissimo e uno del ’77. Due poesie scritte a trentacinque anni di distanza, unite dalle principali ossessioni dell’autore: la menzogna e la vita.





Amo il mio corpo; le sue vertebre spaccate

da acciai viventi, le sue cartilagini

abrase, il mio cuore leggermente umido

e i miei capelli impazziti

nelle tue mani.

Amo anche

il mio sangue attraversato da gemiti.

Amo la calcificazione e la malinconia

arteriale e la passione del fegato

mentre bolle nel passato e i fiocchi

delle mie palpebre fredde.

Amo lo stame cellulare, le frecce

bianche infine, l’orifizio

dell’infelicità, i midolli

della tristezza, gli anelli

della vecchiaia e l’influenza

delle tenebre intestinali.

Amo i cerchi

grassi del dolore e le radici

dei tumori lividi.

Amo questo corpo vecchio e la sostanza

della sua miseria clinica.

La dimenticanza

dissolve la materia riflessiva

davanti ai grandi vetri

della menzogna.

Ormai

tutto è risolto.

In me non c’è causa. In me non c’è

altro che stanchezza e

un’antica distrazione:

passare

dall’inesistenza

all’inesistenza.

È

un sogno.

Un sogno vuoto.

Ma succede.

Io amo

tutto quello che ho creduto

vivere in me.

Amai le mani

grandi di mia madre e

quel metallo antico

dei suoi occhi e quella

stanchezza piena di luce

e di freddo.

Disprezzo

l’eternità.

Ho vissuto

e non so perché.

Adesso

devo amare la mia propria morte

e non so morire.

Che sbaglio.

*

La mia amicizia sta sopra di te come una madre sul suo piccolo che sogna coltelli.

Non ti metterò un’altra benda oltre a quella che fascia il mio corpo, non ti metterò altro unguento oltre a quello che riposa nei miei occhi.

Certamente è una storia orribile il silenzio ma c’è una salute che segue la disperazione.

Ricordati della pace nei negozi abbandonati, ricordati della dolcezza nelle stanze dove si corrompeva l’oblio. Nessuno aveva ragione né speranza, che cosa potevamo fare?

Adesso passano i rondoni attraverso l’albero di noce e il loro suono trema sopra di me.

Tu, lontano, dormi tra le urla, figlio mio, tu che eri abituato a fare impazzire i maestri e le donne che scivolavano sotto le tue dita.

Puoi distribuire gli alimenti e le menzogne davanti alla mia faccia. Perché bruci la tua lingua nei vuoti scavati della pietra pomice, perché ti apri ai semi implacabili, al lino avventizio?

Puoi cantare nelle mie mani ma ti disdici sopra la tua bellezza.

Faresti meglio a avvicinarti.

L’incredulo abita in un mondo di suppliche. C’è splendore davanti ai tuoi occhi, quelli che sono stati feriti dall’indignazione.

È più semplice provenire da un paese sontuoso, con una memoria ricamata di specchi – ogni specchio con la sua vertigine, ogni specchio con la sua profondità piena di frutta- ma, in ogni modo, diffida di quelle mani il cui biancore può essere baciato.

È più semplice svegliarsi da un tempo la cui bellezza non è esistita, nonostante si estendesse come un tramonto.

Avvicinati a chi si scalda con gli escrementi della giustizia. Il nostro onore consiste nel non avere ragione,

la mia pace nel vergognarmi della speranza.

Ogni giorno ha il suo metallo, ogni delitto la sua misericordia; l’arco del suicida è condotto dal movimento della terra. Non mi è possibile dire niente sulla durata della tempesta ma neanche lo voglio oltre i miei occhi.

Tutte queste parole devono entrare nel tuo cuore e, ti prego:

non mettere lombrichi nella mia anima.

La mia memoria è maledetta e gialla come un fiume interrato da molti anni.

La mia memoria è maledetta. Oltre, prima della memoria, un paese senza ritorno, forse senza esistenza:

erba molto alta e dolce, siesta nella densità: quel miele sulle palpebre.

Era la sudorazione e penetrava il tempo. Gli insetti si fecondavano senza sosta e la serenità ci possedeva. Ma quel tempo non è esistito: è successo nell’immobilità come la musica prima della propria partitura.

La mia memoria è maledetta e gialla come il residuo indistruttibile del fiele.

Allungavo membrane sulle grida dell’inutilità. Questa è stata la mia giustizia, ma cosa è rimasto della mia anima?

Non mi cercare nella giustizia. Non troverai il mio corpo nelle chiese o nelle profezie insopportabili come i tafani sulla lingua di animali molto malati.

La mia amicizia sta sopra di te e tu non stai sotto la mia amicizia. Non sono io lo spodestato: la tua bellezza è tenace ma la mia stanchezza è più profonda della tua bellezza.

Nelle stalle dove mi avvolge il buio ricevo la morte e conversiamo fino a che mi lecca dolcemente le labbra.

Non è la tua virtù bensì la mia; non è la tua acidità ciò che trattiene chi ti insegue; non sono le tue grida all’estremità,

bensì il mio cuore e la sua vergogna, il mio cuore

e il sorriso dei torturati.

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