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Fattoria Texana / Un racconto inedito di Valerio Cheraz


Mi trovavo in una lavanderia di Covelo, un piccolo villaggio nel mezzo delle montagne di Mendocino, in California. Ci ero già stato e, aspettando che il ciclo di lavaggio terminasse, avevo famigliarizzato con il gestore. Era un tipo di origine messicana molto particolare. Mi disse che coltivava piantine d’erba nel giardino di casa, per arrotondare. In quelle zone lo facevano in tanti, per arrotondare. Era divorziato ma aveva una “fidanzata” sudamericana. L’aveva conosciuta su Facebook, lei viveva in Cile. Mi fece vedere le foto, sembrava convinto, disse che le telefonava tutte le sere. Ora però gli chiedeva dei soldi per venire a trovarlo, a Covelo. Non osai demolire la sua illusione rivelandogli che probabilmente era una truffa e la tipa nemmeno esisteva. Mi limitai a sconsigliargli di mandarle dei soldi perché non poteva sapere che cosa ci avrebbe fatto.

Ad un certo punto, nel negozio entrò un signore sulla sessantina con due borsoni da lavare. Li diede al proprietario dicendo che sarebbe tornato a ritirarli il giorno dopo, quindi si misero a chiacchierare. Era del posto o comunque ci stava da tanto, perché parlarono soprattutto di vicende locali. Nel frattempo, la mia asciugatrice terminò di girare e iniziai a piegare i vestiti. Fu allora che l’avventore si rivolse a me - Stai cercando lavoro? Risposi positivamente. Stavo davvero cercando un lavoro e lui sembrava affidabile. Si chiamava Chris e aveva bisogno di due persone. Non per sé, per amici, specificò, che avevano una piantagione. Gli dissi che non era un problema e fissammo un appuntamento in lavanderia di lì a mezz’ora. Andai al bar. Era l’ultima settimana di ottobre e non avrei avuto difficoltà a trovare qualcuno che lavorasse con me, stavano facendo quasi tutti gli ultimi tagli e il trimming dei fiori, la loro ripulitura per la vendita al dettaglio, stava per iniziare.

Era pieno di europei che cercavano lavoro e, dal momento che vivevo in campeggio, socializzai con diversi di loro. Giunto al bar vidi subito Lorenzo, un ragazzo di Padova che avevo conosciuto pochi giorni prima. Gli chiesi se cercasse lavoro e accettò subito la proposta. Aveva con sé lo zaino ma doveva recuperare la tenda in campeggio. Quando arrivammo davanti alla lavanderia, Chris era già nel suo fuoristrada. Accostai e fece cenno di seguirlo. Guidai per un’ora abbondante in direzione Copper City, poi svoltammo in una strada sterrata e iniziammo ad avventuraci sulla montagna. Guidai un’altra ora fino a un cancello. Chris scese ad aprire il lucchetto. Continuammo almeno un’altra mezz’ora e sul percorso trovammo altri quattro cancelli chiusi a chiave. La zona era ben protetta. Lungo la strada contai otto o nove carcasse d’auto bruciate. In queste zone si racconta che alcuni trimmer non tornano più dalla montagna, gente che lavora un mese e poi sparisce. Mesi dopo seppi che l’anno precedente, nel villaggio che avevamo appena lasciato, avevano ritrovarono una ragazza spagnola strangolata. Vedere tutti quei rottami ci fece cagare addosso. Ogni volta che passavamo un cancello, Lorenzo doveva scendere a richiudere il lucchetto.

Affiancammo una macchina parcheggiata lungo il ciglio. All’interno c’era un uomo intento a fumare. Quando ci vide scese dalla vettura e scambiò qualche parola con Chris. Anche Lorenzo notò che indossava un cinturino con la pistola. Provai a calmare il mio amico, dicendo che Chris conosceva tutti a Covelo e non poteva essere un delinquente - anche se l’avevo visto parlare soltanto con il tipo della lavanderia. In ogni caso ci fecero cenno di scendere e smettemmo di preoccuparcene. Chris ci presentò l’amico armato. Si chiamava Daniel e ci avrebbe fatto strada per l’ultimo tratto. Risalimmo in auto per seguire il fuoristrada di Daniel. Per consolarci, dissi che potevamo stare tranquilli, tanto non avrebbe avuto senso ucciderci il primo giorno di lavoro.

Le nostre auto proseguirono ancora qualche minuto in salita, poi iniziò un breve dislivello fino al grande spiazzo disboscato con due serre lunghe una ventina di metri. Erano vuote e i teli parzialmente rimossi. All’interno della seconda serra c’era una tenda blu. Seguì un’ultima, breve salita, poi Daniel parcheggiò e io feci lo stesso. A piedi arrivammo a un piccolo accampamento. C’era un grosso gazebo con un tavolo in legno, diverse sedie e qualche sdraio. Sul fondo c’era un fornello da cucina collegato a una bombola, mentre al centro c’erano una griglia e una fontana artigianale. Oltre il gazebo, un rimorchio di ferro con un cavallo rosso pitturato sui fianchi. Di quelli per il trasporto del bestiame. A fianco, due roulotte malmesse e un’amaca tirata tra gli alberi. Ci venne incontro un uomo sui trentacinque anni, alto poco meno di uno e ottanta. Aveva i capelli lunghi raccolti in una coda e la barba curata di mezzo centimetro. Si chiamava David ed era il capo. Era texano, come lo erano tutti gli altri. Ci chiese se avessimo già fatto un raccolto e rispondemmo entrambi di sì. Poi ci mostrò un cestino appeso a un palo. Era pieno d’erba, se avessimo voluto fumare avremmo dovuto attingere solo da lì, non sarebbe mai mancata. Ma fu chiaro, solo da lì, non dovevamo certo metterci a curiosare da altre parti. Poi disse che potevamo andare con Daniel e iniziare a lavorare. Disse di prendere un po’ d’erba indicando il cestino. Lorenzo si avvicinò e ne prese una manciata, poi la mise in un sacchettino che aveva in tasca, dove già ce n’era dell’altra. David mi guardò un attimo poi, sempre indicando in cestino mi ordinò - Prendine anche tu.

Tornando verso la serra prendemmo una stradina ripida che scendeva in mezzo al bosco. Ci trovammo rapidamente davanti all’ennesimo cancello. Si aprì una grossa piantagione di Critical Warrior, credo una sessantina di piante. Vicino all’entrata c’era uno sulla sdraio. Sul suo tavolino, costruito con due casse in plastica nere, c’erano qualche grinder, una pipa, varie cartine, erba sparpagliata e canne già pronte. Si chiama Luke e sostanzialmente se ne stava lì a controllare. Alto e robusto, non sembra uno dei più furbi. Daniel ci spiegò che dovevamo tagliare tutto. Avevano già fatto un primo taglio dieci giorni prima, oggi avremmo dovuto lasciare solo i rametti più piccoli. Ci mostrò la prima fila, in cui le piante erano già state potate e sembravano alberelli di Natale spelacchiati. Nelle casse vuote vicino all’ingresso bisognava mettere i rami tagliati. Dopo poco più di un’ora avevamo riempito tutte le casse e potevamo sederci con Luke ad aspettare che Daniel tornasse con il fuoristrada. Partiva con le casse piene, le depositava, ne caricava di vuote e ritornava. Non so dove andasse ma tra andata e ritorno ci impiegava più di un’ora. Aspettando che Daniel tornasse, Luke ci diede un’altra canna e si mise a rollarne altre. Faceva battute e aveva voglia di scherzare. Ci disse che esistevano diversi giardini come quello. Erano in quattro amici e coltivavano da diversi anni. Vivevano tra le montagne da primavera a fine novembre. Erano a più di due ore di distanza dal primo campeggio, a tre dal primo supermercato e a quattro ore e mezza dalla città più vicina. Dovevano stare lì ancora un mese, poi finalmente si sarebbe goduto i «fottuti soldi». Era davvero particolare, Luke, nervoso per l’isolamento, fumava tutto il giorno purini sotto il sole. Nel frattempo, arrivarono altri due, una coppia di spagnoli, vivevano nella tenda dentro la serra. Si chiamavano Rafael e Leticia ma non dissero una parola. Quando tornò Daniel caricammo le casse e tornammo al lavoro. Iniziavamo ad avere fame, non avevamo altre provviste, oltre a un sacchetto di pane in cassetta, un cartoccio di latte e un pacco di cereali da colazione. Non sapevamo se ci avrebbero dato qualcosa da mangiare e nemmeno quanto tempo saremmo dovuti rimanere lì. Non avevamo contrattato una paga e non sapevamo nemmeno dove fossimo. Ma la cosa più inquietante è che di tanto in tanto sentivamo colpi di fucile in lontananza. Scoprii poi che avevano da poco aperto la stagione della caccia al cervo, ma quei suoni non erano comunque rassicuranti.

Andammo avanti fino a riempire nuovamente le casse. Mi sedetti vicino a Luke a fumare purini e a ripulirmi dalla resina che incrostava le mani. Luke ci sfidò a mangiare i fiori di ganja. Ne mangiammo cinque o sei a testa, ingoiandoli in un sol boccone. Continuammo così fino a che non fece buio, poi tornammo all’accampamento. Notai la ragazza spagnola che prima era sparita dalla piantagione. Lorenzo piantò la tenda vicino alla mia auto e poi, per fortuna, ci invitarono a mangiare. Mic era il quarto membro della banda, era lui a preparare la cena: tortillas al formaggio e zuppa di fagioli con mais. La zuppa era in scatola ma, vista la fame, ci sembrò buonissima.

Mentre dopocena, sotto al gazebo, chiacchieravamo rilassati, David era andato al rimorchio per cavalli. Era ritornato con un mitragliatore nero che si mise a lucidare con un panno. Non so se volesse impressionarci ma ci riuscì perfettamente e per qualche minuto non parlò nessuno. Daniel disse anche di aver visto un orso.

Il giorno seguente andai appena sveglio al gazebo, per fumare. David e Mic erano già svegli, mi offrirono un caffè e scambiammo due parole. Piano piano arrivarono tutti e andammo a lavorare. La giornata fu identica alla precedente, compreso il fatto che il pranzo non fosse previsto. Si finiva alle sei di sera.

David ci aspettava in piedi all’accampamento. Ci ringraziò per aver svolto bene il lavoro, ci diede cinquecento dollari. Poi, indicando il solito cestino, disse: «Prima di partire prendetevi un po’ d’erba». Prendemmo una manciata a testa. «Ho detto che potete prendere dell’erba», disse nuovamente con tono autoritario. Ubbidimmo e prendemmo altre due manciate a testa. Daniel ci fece strada fino all’ultimo cancello. Nel tragitto pensammo che ci avrebbe sparato, derubato e fottuto la macchina. Per fortuna non accadde nulla del genere. Ero comunque felicissimo di lasciare la fattoria dei texani. E avevamo guadagnato cinquecento dollari in una giornata.

Erano ormai le sette passate e il supermercato chiudeva alle dieci, avevamo tre ore per arrivare al paese. Guidai a cannone per quelle stradine di montagna e arrivammo appena in tempo. Nel super incontrai Luca e Jimmy, due ragazzi di Bologna che avevo conosciuto qualche giorno prima. Ci dissero che c’era una festa di Halloween in una fattoria a dieci minuti di macchina. Ci sarebbe stata molta gente, perché la voce si sparge in fretta tra i coltivatori stagionali. Pensammo se mangiare qualcosa di fresco, un panino o altro. Alla fine, Jimmy propose: «Se pigliassimo un pezzo di bamba in quattro e non mangiassimo niente?». Comprammo due casse di birra e un pacco di patatine. Le mangiammo in macchina, soddisfatti, mentre ci dirigevamo alla festa.



* Valerio Cheraz ha 28 anni ed è nato a Aosta. Laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali all’Università di Firenze, non ha ancora pubblicato la raccolta da cui proviene questo racconto.



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