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Oltre il confine / Dal romanzo inedito di Stefano Pampuro


Quello che segue è un capitolo di un resoconto inedito sull’Africa e sulla maratona. L’autore ha pubblicato due anni fa il suo primo libro, Ogni corsa è un viaggio (Lit), un percorso attraverso la Spagna in compagnia di ex campioni di maratona.

Partito a gennaio per il Kenya e trasferitosi a marzo in Etiopia, dove è rimasto durante la pandemia, Pampuro ha soggiornato nel training camp della Nike, dove ha incontrato campioni del calibro di Haile Gebreselasie. Il capitolo che proponiamo, appassionato e partecipe, ci restituisce la vivacità dei costumi locali e ci aiuta a ritrovare il senso più nobile e naturale dello sport.



Correndo spesso all’alba, ho il resto della mattina libera e così ne approfitto per fare un salto a Kapsabet. In realtà ci vado tutti i giorni dopo colazione, quando il sole è quasi allo zenit e l’aria si trasforma in un forno. Al villaggio ho trovato un buon supermercato dove mi rifornisco di frutta e soprattutto di acqua, visto che non me la sento ancora di bere quella del rubinetto. L’unica cosa che mi manca sul serio dell’Europa è la cucina, e devo dire che quando si mangia di gusto poi il resto della giornata prende tutta un’altra piega. Tra l’Italia, la Spagna e la Grecia sono stato abituato bene, anche se devo dire che i piatti keniani non mi dispiacciano affatto. Il problema è che la cucina del camp passa sempre le stesse cose. Non riesco a capire se per rispettare qualche dieta sportiva o per mettere d’accordo i ventidue ragazzi che ci abitano. L’ugali è il piatto nazionale, molto simile a una polenta ma privata del sapore, che accompagnano con verdure bollite e patate. La carne è l’altro punto dolente. Non toccano quella di maiale per ragioni culturali, ma non riesco a capire cosa abbiano contro il pollo e la mucca. A pranzo viene sempre servito riso con fagioli, quello non manca mai. Non sono certo venuto in Kenya per strafogarmi di pastasciutte, bistecche e gelati ma, quando passi un mese mangiando solo tre ingredienti, la pancia si ribella. E allora mi defilo e scappo al villaggio dove per meno di duecento scellini (due euro) mi concedo un pasto particolare. È il mio piccolo strappo alla regola, insieme al barattolo di Nutella formato mini che ho comprato lo scorso giovedì e che trasforma banalissime fette di pan carré in colazioni da principi. Ma ci sono due cose di cui mi sono veramente innamorato stando al camp e di cui forse non potrei più fare a meno. Il chaik e i ciapati, due istituzioni della cucina keniota. La prima è una bevanda a base di latte e tè, che i keniani bevono soprattutto a colazione ma che non disdegnano durante il resto della giornata. Si scalda dentro una pentola con grandi quantità di zucchero e si aggiunge qualcosa che non ho mai capito, tra tutti quelli che ho provato in giro, il chaik di Peter non ha paragoni. I ciapati sono invece piadine dal sapore piuttosto neutro ma dalla consistenza simile a quella di una schiacciata, vengono serviti per accompagnare i pasti. Mi piacciono così tanto che ogni sera vado a sbirciare nella baracchetta dove Peter è intento a cucinare sperando di trovarle per la cena. Chi pensa a un camp di atleti professionisti probabilmente si immaginerà una cucina enorme, con diversi cuochi impegnati a tutte le ore, e invece bisogna toglierselo dalla testa. Qui le cucine con fornelli sono rarissime, si fa ancora tutto con le pentole sulla brace. La cucina è spesso un locale separato dall’edificio, più verosimilmente una baracca in lamiera appena appena illuminata. Se la osserviamo con la nostra mentalità non ci mangeremmo mai, ma qui in Africa è qualcosa di perfettamente normale. Nonostante non trasmetta un’idea di igiene molto confortante, non ho mai avuto nessun tipo di problema, anzi, fare una visita a Peter mentre cucina è diventata una delle tappe fisse della mia giornata. Mi sta molto simpatico e mi ci sono affezionato. Un ragazzo semplice e premuroso, capace sempre di metterti di buon umore. Quando, i primi giorni, non riuscivo ad alzarmi dal letto per la fatica degli allenamenti, non vedendomi in sala da pranzo veniva a portarmi da mangiare direttamente in camera. Verso le sette, l’interno della baracca è sempre illuminata dal fuoco e quello spazio buio e angusto con le ragnatele sul soffitto si trasforma in un salotto confortevole. Mi piace starmene lì seduto sulla panca in legno a guardare Peter mentre rimescola l’ugali con lunghissimi mestoli di legno. Non siamo mai da soli, c’è sempre qualcuno dei ragazzi che passa di lì per scambiare due parole, e io mi porto dietro il mio quaderno per segnarmi qualche nuova parola in kalenjin. Penso che Peter sia l’unico keniano della zona che non corre, e questo mi conforta, perché non mi sa sentire un pesce fuor d’acqua in questo recinto di stelle. Quando l’ugali è pronto, viene portato sul tavolo della sala e rovesciato su un vassoio metallico; a turno, ciascuno ne prende una fetta aggiungendoci la pietanza. I keniani mangiano velocemente e in silenzio, e appena finito spariscono in camera. Io sono l’ultimo a rimanere in piedi, anche perché in tv c’è una serie popolarissima che si chiama Sellina e che mi tiene incollato davanti allo schermo. È strano, perché in Spagna non la guarderei neanche per sogno, mentre qui la trovo perfino piacevole. Vado molto d’accordo con tutti, anche se ho legato con pochi. Martin ed Ewin sono i miei due punti di riferimento al camp, non solo perché condivido la stanza con loro, ma perché si preoccupano sempre per me. Edwin parla un ottimo inglese e ha una mentalità molto aperta. Con il suo 2:07’, che gli è valso la maratona di Milano e altri podi di un certo calibro, è anche uno dei maratoneti con più esperienza che abbia conosciuto. Sua moglie e suo figlio abitano a un paio di chilometri da qui, ma lui preferisce starsene al camp come tutti gli altri. Martin invece ha una storia molto difficile alle spalle, ogni volta che me ne racconta un pezzo riesce sempre a stupirmi. Come sia riuscito a trovare le forze per andare avanti. In una società come questa, dove il successo è spesso legato a quanto forte corri, è facile vedere assieme atleti molto ricchi con altri poveri in canna. A volte, soprattutto tra i più giovani, anche le cose più semplici possono sembrare beni di lusso.

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