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Poesia inglese / Matthew Gregory



Matthew Gregory è nato in Suffolk, Inghilterra, nel 1984. Le sue poesie sono state pubblicate in numerose riviste e antologie a partire dal 2005, tra cui: London Review of Books, The White Review, Poetry London, Poetry Review, The Rialto e The Best British Poetry. I suoi lavori sono stati parte della programmazione radio BBC. È stato il vincitore di un Eric Gregory award nel 2010 e di una Hawthornden Fellowship nel 2013. Le traduzioni sono di Livia Franchini.

Questi testi di Matthew Gregory dal titolo Stanze denotano come la giovane poesia anglosassone sia viva più che mai e sempre in grado di rappresentare un punto di svolta.


A ROOM IN PARIS, 1855


An alchemist’s gas lamp reaches shakily into one corner, some paintings nobody has a particular opinion on are nailed over rose ballroom wallpaper.

And on the long bed the middle-aged poet, Gérard de Nerval.

He would appear restful if it wasn’t for his eyebrows meeting like two dark horses in the middle of his forehead. He is dreaming of the beautiful apple he palmed only a few days before on Ile Saint Louis and the grief of a wormhole in the thing perfected.

He wakes all of a sudden. He takes his collection Les Chimères down from its cramped shelf and cuts it in half at the spine with a knife. He will clean every sentence.


*


UNA STANZA A PARIGI, 1855


La lampada a gas di un alchimista si allunga tremolante fino a un angolo, dipinti di cui nessuno ha opinioni particolari al riguardo sono inchiodati su tappezzeria rosacea da ballo.

E sul letto lungo il poeta di mezz’età, Gérard de Nerval

Sembrerebbe a riposo se non per le sopracciglia che s’incontrano come due cavalli scuri al centro della fronte. Sogna la bella mela che qualche giorno fa aveva in palmo sull’Ile Saint Louis e il dolore del morso del bruco nella cosa perfezionata.

Si sveglia all’improvviso. Tira giù il suo libro Les Chiméres dallo scaffale angusto divide la costola a metà con il coltello. Lo pulirà frase per frase.


*


A ROOM ON THE CAPITAINE PAUL-LEMERLE, 1941


Yesterday a deckhand confused the new land with a cloudbank and its own flocks and shepherds and white houses in the cloud’s country.

The sea is green at night a violent blue by day and wider and deeper than the dreams of André Breton. André Breton is aboard the Capitaine.

He is writing to someone, one a.m. His bunk wobbles in the rough passage and his gaslamp swings. On his wrists the eczema has come up again.

His yellow sleeve is spotted with ink as he spills his hand across the page. He is writing to his wife or to Nadja but won’t decide who until he signs off.

He is describing the luminescence that rises through the ocean at night and follows the Capitaine.

First there is only a pulse, the propeller turning up green sparks, stirring them with its long ladles before the lighted halls of plankton appear.

It follows us, Dearest, disappearing for days then returning in waves like the mind to a place.

In every light shoal he sees something he remembers.

In every hall an empty lectern and shipment papers. André Breton walks a Sorbonne in his head and goes from room to room, to look for the lights left flickering.

He writes how the crew saw a manta rise in the glow with its dark studies under one arm of its cloak, circle once then wing slowly out of their surveillance.


*


UNA STANZA SULLA CAPITAINE PAUL-LEMERLE, 1941


Ieri una vedetta ha creduto che il nuovo mondo fosse una nuvola e i suoi greggi e pastori e case bianche tutti, in quella terra di nuvola.

Il mare la notte è verde un blu violento il giorno e grande e fondo più dei sogni di André Breton. André Breton è a bordo della Capitaine.

Scrive una lettera a qualcuno, è l’una. La branda sballotta nel tragitto brutto, la lampada balla. Sui suoi polsi l’eczema si riaccende

La manica gialla si macchia d’inchiostro quando riversa la mano sulla pagina. Scrive alla moglie o a Nadja, finché non firma non lo sa.

Descrive il bagliore che sale su dall’oceano di notte e segue la Capitaine.

Dapprima è solo un battito, l’elica solleva scintille verdi, le agita con i suoi lunghi mestoli poi appaiono le grandi sale illuminate del plancton. Ci segue, mia Cara, sparisce per giorni e poi torna a ondate, come la mente a un luogo.

In ogni banco di luce vede qualcosa che ricorda.

In ogni sala un podio vuoto e i visti per l’imbarco. André Breton percorre una Sorbonne nella sua testa e va di stanza in stanza, cerca lo sfarfallio delle luci ancora accese.

E scrive che la ciurma ha visto una razza salire nella luce coi suoi affari scuri sotto un braccio del mantello, ora tracciare un cerchio ora sfuggire alata alla sorveglianza.

*


A ROOM IN TAIWAN, 2010


And how many desert miles of the web has she crossed tonight searching for the home address of Mastroianni.

Mastroianni is no longer among us. She doesn’t know this so continues her drift from one ruined domain

to the next one, signing herself in to empty guestbooks as she goes. I would like to write to Mr Marcello Mastroianni

please if anyone know where he is. I dream us in light of stars and great city Rome. I want to be like kiss of Anita Ekberg.

Mastroianni whose thousand pictures in these forums lose him on pages like palimpsests of man on top of man

where this girl, at her tropical desk, who lists for his deep, romantic heart touches a hit-counter, once, in the dark.


*


UNA STANZA A TAIWAN, 2010


E quante miglia deserte del web ha percorso stanotte in cerca dell’indirizzo di posta di Mastroianni.

Mastroianni non è più tra noi. Lei non lo sa e continua la sua deriva da un dominio in rovina

all’altro, firmandosi in guestbook vuoti mentre va. Vorrei scrivere al Sig. Marcello Mastroianni

per favore se qualcuno sa dove io trova. Sogno noi in luce di stelle e grande città Roma voglio essere bacio di Anita Ekberg.

Mastroianni le cui mille foto in questi forum lo perdono su pagine come palinsesti di uomo su uomo

dove questa ragazza, alla sua scrivania tropicale, che anela a quel suo cuore romantico e profondo tocca il contatore delle visite, una volta, nel buio.


*


A ROOM IN THE PACIFIC PALISADES, 1979


well here’s something I never did like Tolstoy awful much dontcha know Betty Beverly hell I mean Brenda the old novelist was saying as he thumped the tablecloth just missing the silver goblets and service plates steaming in drifts before him. Bald and small he sat across from the young actress he wrote to habitually praising in his endless beautiful trains and clauses that led often now to great tiredness. Against the one amber lampshade they were profiled a grey king and confidante. Where the sitting room dimmed at the periphery characters from his years abroad stepped out of dark friezes and spoke— a lush with remarkable tattoos needled like varicose, an ancient ‘legionnaire’, the beautiful boy leading a wolfhound by the reins, and young Jean Genet who no, no, he’d not met Jean Genet. On Montmartre he’d loved so many whores. In the young actress opposite he sometimes saw them play across her features: an eyebrow arched back fifty years, the nose upturned or lengthened in the dark, a mole drew itself on her cheek.

Thérèse, Sylvie, or Margot, was it, who sat with him now with the fifty, one hundred, one thousand who seemed to be there, leaning on an elbow, listening brightly, always just across from him, in the other chair.


*


UNA DELLE STANZE ALLE PACIFIC PALISADES, 1979


beh senti questo non è che ci impazzisca per Tolstoy che ne sai tu Betty Beverly, Brenda cristo diceva il vecchio scrittore e colpiva la tovaglia mancando per un pelo i calici d’argento e i piatti buoni caldi di fumo spesso davanti a lui. Pelato e piccolo sedeva dall’altro capo dell’attrice a cui scriveva abitualmente lodandola in tirate infinite e belle e frasi che ora spesso lo sfiancano talmente. Contro il paralume ambra si stagliavano un re grigio e la sua confidente. Dove il salotto sfumava ai limiti i personaggi della sua vita all’estero si staccavano dallo stucco buio e parlavano – un ubriaco con tatuaggi assurdi in un rilievo varicoso, un ‘legionario’ antico, il bimbo bello che porta un cane lupo per le redini, e Jean Genet da giovane che no, no, Jean Genet non l’ha incontrato. A Montmartre ha amato tante di quelle puttane. E nella giovane attrice capotavola a volte le rivede che le danzano in faccia un sopracciglio curvo fino a cinquant’anni fa, il naso riccio o allungato nel buio, un neo le si disegna sulla guancia.

Therese, Sylvie o Margot, chi era, lì a sedere con lui ora con le cinquanta, cento, mille che gli parevano esser lì, appoggiate a un gomito, in vivo ascolto, sempre al capo opposto, laggiù sull’altra sedia.


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