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Architecture without architects di Michele Lazazzera


L’architettura liberata? Qualche anno fa, durante la mostra The act of building al CIIVA di Bruxelles (il cui senso potremmo pretenziosamente semplificare con una domanda: è possibile una architettura pop che ricavi i materiali dal terreno in cui si innesta e che applichi una tecnologia essenziale?), curiosando tra i libri che avevano animato la struttura concettuale dell’expo, ne aprii uno dal titolo Architecure without architects di Bernard Rudofsky.

Mentre sfogliavo quello che pensavo fosse un testo - e che in realtà è una raccolta quasi muta di immagini fotografiche - mi ci sono ritrovato dentro. Tra le tante architetture spontanee e non programmate raccolte, c’era anche la mia città natale: Pisticci.

Architecutre without architects è un corpus enorme di architetture non regolamentate che conservano una bellezza sgraziata, imperfetta ma comunitaria. Si tratta di architetture rurali, vernacolari e non pianificate che conservano un senso identitario preciso, pur essendo aggregati di nuclei diversi fra loro, che si auto-applicano regole costruttive basate su un sentire comune tecnologico, materiale, materico e funzionale.

Ho iniziato, pertanto, a interessarmi a questo architetto: Bernard Rudofsky, uomo per cui è impossibile usare la parola visionario. Parliamo di uno strano lupo accademico dall’atteggiamento montaliano: a lui bastava l’odore dei limoni, che nella fattispecie, assumono sembianze di foreste e selve di architetture inesplorate, povere e autocostruite: case, casette, villaggi, scritture e riscritture di aggregazioni abitative semplici e non i nomi grossi e i sapori delle piante dai nomi poco usati, per i poeti laureati (l’international style moderno o post-moderno per semplificare).

Per lasciarsi affascinare da Rudofsky, basterebbe leggere le sue piante e i suoi disegni progettuali: ogni ambiente diventa il racconto della funzione e un momento sociale della giornata. Compaiono in questo universo poetico, come in un piccolo teatro, personaggi, costumi animali e piante che vivono e animano gli ambienti di progetto. L’architettura serve l’uomo e all’uomo serve l’architettura. Questa relazione umanizza le cose e le cose umanizzate riecheggiano, all’interno del sistema abitativo, nell’abitante.

L’impostazione di Rudofsky rompe i vetri di una teca che conserva l’idea e l’immagine di una architettura pura, elitaria, lucente e a volte prepotente. L’opera più famosa di Rudofsky, in collaborazione con Luigi Cosenza, è senza dubbio a Villa Oro a Napoli. In essa confluiscono, come in un mix potente ma equilibrato, tutti gli elementi della tradizione mediterranea semplice e forse involontaria, l’architettura isolana e il suo mito, la gestione sapiente del dislivello e il rapporto dialettico interno-esterno.

Il mito del mediterraneo, l’abitare rurale (quasi clandestino a volte) quelle case bianche accese dal sole, i lori assetti, le loro storture narrative, i dettagli stravaganti e un’idea di città rovesciata, intricata, grazie a Rudofsky, acquisiscono più forza e dignità scientifica nella cultura dell’epoca

Guardare oggi con dolcezza a quei sistemi abitativi nei dirupi, nelle rocce, così onestamente funzionali così democratici così dignitosamente pop, fa pensare e sperare a un’architettura liberata, che riscopre le sue ossature più nascoste e che propone molte domande esistenziali, una fra tutte:

è possibile che l’intero territorio del mondo sia lo stesso spazio tecnologico per tutti e in tutti i luoghi?


* Le immagini sono del Rione Dirupo a Pisticci e di Villa Oro a Napoli






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