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Camere d’aria / Un racconto di Gene Umorale



In realtà ho pensieri sconclusionati, pieni di eritemi come la mia pelle, provocati dalla parte tossica del mio guarire che sbocca da tutte le parti, e chissà se non mi lascerà toccato di cervello. Per sottrarmi al dolore delle folgorazioni evado dal mio corpo, che è solo l’involucro del mio malessere. Ho già perso tutto da tempo e molto devo fare per non subire la chemioterapia come la suprema punizione al fallimento. Ho voglia di nascondermi. Avvolto dalla febbre, giorno dopo giorno mi rendo conto che morire non è poi così diverso dal non potersi alzare dal letto.

I volti sorridenti dei cari amici morti di aids, di overdose, d’incidenti d’auto e moto, di infarto, di notte sbucano dal materasso di sabbia riverberando nel sonno la frase: E tu chi ti credi d’essere?

Ho avuto grande considerazione della pazzia, ma quando alla cassa ci vai sempre tu cominci a pensare che la vita è troppo importante per perderla facendo cazzate, per crepare prima del tempo. A parte la curiosità mista alla paura, di questo incosciente provare, è stato lo sprone ad andare avanti in questo mondo pieno di automi. Non ricordo dove, ho letto di un certo bilancio delle anime. Sembra che ci sia un certo numero di anime, un potenziale a disposizione e che, oltre un tot, l’umanità venga configurata senza anima. Un’etica diversa, ma comunque si riesce ad avere un’idea, forse grazie all’anima degli altri. Mi vengono in mente teorie sull’energia, sul pianeta, che è il supporto fisico del manifesto, ma non avrei mai pensato di dover pagare anche solo per osservare. È stata una scarica di corrente industriale. Per un attimo ho visto il barbone bianco che mi porgeva la mano. E invece è arrivata un’ambulanza per portarmi all’ospedale.

Ero lì, lì nel punto ics della staccata, Grande Madre!

La strada ha scoreggiato proprio lì. Steso pancia all’aria: grandemadre credi che mi rialzerò? Sento un sasso nella schiena, sono sdraiato su una scarpata dissestata, dopo aver saggiato un paletto già piegato da qualcun altro, penserò dopo a cosa poteva succedermi. La moto s’è impennata davanti a me dopo aver grattugiato la carena sull’asfalto unto e umido. Atterra col codino, la sento sconocchiare dentro la cunetta, mentre spalanco gli occhi verso il cielo.


Certe volte la commozione è niente a confronto con la vita che stai perdendo.

Ho appena ascoltato tutto un ragionamento sul senso della vita. Sono già tre ore steso su una barella e urlo mentre all’interno del pronto soccorso si fa politica, si mina la struttura che ci accoglie.

La dottoressa quasi inveisce verso di me. Va e viene come una fiera attraverso una porta basculante. Sto steso col collare e minaccio tutti a voce alta mentre un vecchio sottolinea le frasi intercalando una serie di proverbi, magari in gioventù è stato un cecchino durante i casini d’Africa. Ho, in questo caso, dei veri pregiudizi sulla base di momenti. Sensazioni senza elementi. Mi viene in mente che ho passato attimi di beatitudine e ho ascoltato molte persone, ma ora, cazzo, portatemi a fare le lastre! Lo so che non muoio, se non sono morto fino a adesso...

Mi basta un solo momento felice con le sue piccole corrispondenze nell’arco della giornata a convincermi, a farmi riflettere su cose che non funzionano. La penso in un certo modo, ma fate qualcosa per me!

Intanto ripasso il verbale:

Alla prima curva pericolosa sono volato per aria dopo aver attraversato la carreggiata, strusciando con i piedi in avanti stretto come in un tubo, evitando per poco una panda che terrorizzata mi veniva incontro. Salgo sull’ambulanza, che arriva la municipale, declino le mie generalità e vengo portato a sirene spiegate al Policlinico Casilino.

Forse ho una spalla rotta. Un ginocchio sanguina attraverso i jeans strappati. I guanti m’hanno salvato le mani, anche se una ha un’abrasione. La vedo dentro il guanto lacerato. L’infermiera dal canto suo si è assicurata che non abbia perso coscienza, m’infila un collare: chebravata! Al solito, un pazzo scatenato! Mi dice l’uomo con la lunga barba bianca alla guida dell’ambulanza.


La moto non si può trascurare, neanche un attimo. Come una donna molto bella, ha bisogno di manutenzione continua, per non tradirti. Cavalcare una supersport con in corpo un cocktail di medicine è da pazzi, appunto. Prima ti devi curare, perché è difficile tenere a bada i mostri che dimorano dentro di te e che a cavallo della belva si glorificano. Devi curarla integralmente, accertarti che i requisiti siano efficienti, e il tuo fisico deve essere performante; sulla terra non c’è cosa o animale più veloce di cui un uomo possa disporre, e non ci s’improvvisa rider senza esperienza.

A undici anni, durante le vacanze estive, ho lavorato in un’officina meccanica. A quei tempi i motori delle automobili si smontavano pezzo-pezzo e si ricomponevano dopo un’attenta elaborazione. C’era il mito Abarth e si vedevano in giro veicoli bizzarri realizzati martellando la lamiera per intere giornate. La modifica di un mezzo che avrebbe comunque camminato chissà quanto, era inevitabile data la scarsa dotazione di serie, perciò erano arricchiti di strumentazione e quant’altro fino all’esasperante intervento dei carrozzieri e dei meccanici.

Oggi non si è in grado nemmeno di riflettere su certe cose, al più si riesce a comprarle bell’e fatte, le cose.

Allora, tornavo a casa, dopo aver raccolto le chiavi, quella spaccata, piana o a stella, a brucola, a ti, a tamburo, a crick, dinamometrica, ecc. ecc., e gli attrezzi in giro per l’officina. Ripulivo tutto con uno straccio e ordinavo il banco lasciando i requisiti al loro posto. Si lavorava a mani nude. Diventavano nere impiastrate d’olio, e dalle frequenti ferite il rosso del sangue sembrava sgorgare da un posto infernale. Le parti da riutilizzare per comporre il motore venivano immerse in una vasca piena di nafta, dove si spazzolavano con un pennellaccio per rimuovere la morchia composta di fango e olio bruciato ma anche di tutte le porcherie che si raccolgono durante la circolazione del veicolo. Dopo, spruzzate di benzina, si passavano al getto d’aria compressa fino ad asciugarle, ma comunque i carburatori mai venivano immersi in quel denso liquido nero e maleodorante: «nun t’azzardà! sarebbe come mette’ un asmatico dentro un seminterrato de la Marranella» diceva Franco con preoccupazione.

Mi infilavo sotto le vetture sollevate e poggiate sui cavalletti per dare una mano, ma anche solo per vedere come erano fatte.

Rientravo a casa sporco come un minatore. A volte faceva buio lungo il vialetto ma avevo meno paura di prima. Mi dava coraggio sapere che le mie mani erano ormai capaci di afferrare le cose, di fare cose, di realizzare già qualcosa. Vi lascio immaginare la disperazione di mia madre appena mi vedeva sulla porta. Era diventata una vera e propria lavatrice umana, una specie di fontana automatica con grandi bagnarole roteanti zeppe di panni. Una creatura mostruosa che torceva e sbatteva le robe, sotto la pioggia, la neve, e a volte spaccava il ghiaccio nella vasca del lavatoio in cortile, prima di sciacquare e risciacquare…. Beh, non mi ci mandò più, in officina.

L’anno seguente, lavorai al bar Scacco al re sulla Tuscolana, e poi il successivo con un ciclomotore piantato nel cervello, in un bar alle Fosse Ardeatine davanti alle catacombe di San Calllisto. Tutte le mattine un furgoncino ottoecinquanta si fermava davanti al bar, e padre e figlio in tuta blu facevano colazione. Con il ragazzo, poco più grande di me, si parlava di quanto è forte questo o quello, di quanto costa un motorino. Fatto sta che loro avevano un minibike Benelli, senza documenti però. Non era importante il “libretto”, dissero, bastava una dichiarazione di lecita provenienza. Sessantamila lire e me lo scaricarono davanti al bar in una bella mattina di luglio, verso le dieci.

Continuai il lavoro teorizzando sui comandi alla sinistra del manubrio, il cambio, la frizione, il folle. La prima prova fu devastante. Appena rilasciai la leva della frizione m’arrampicai sul juke-box; stavo entrando a tutto gas nel locale attraverso la vetrina piena di bottiglie. Alcune persone sedute ai tavolini esterni mi afferrarono, chi per un braccio, chi per la maglietta e chi per la collottola, e il motorino si spense, rimanendo ingrifato sul juke-box che riprendeva a suonare dopo lo scossone: attuateking, attuateking, dombaghi… na, na, na, na…


Insomma, con questo caspita di motorino ho girato un bel po’. Fino a quando un bel giorno quel giuggiolone di Stefano, è passato a palla lungo una discesa, scalando dalla terza alla prima e facendosi esplodere il motore tra le gambe.

Io l’aspettavo come un babbeo all’incrocio con il ponte del Quadraretto.

«L’aperto come ‘na cozza!», disse Filippo correndo in quel tramonto, nel punto dove la fiammata stava col boato.

Nel giro di pochi giorni rimediai una forcella e un motore Minarelli che smontai da un Omer da cross, e in quattro e quattr’otto portai tutto sulla terrazza di casa, al primo piano. Quella notte contai le maglie della catena: quante ne servono per portare il moto dal motore alla ruota posteriore del togodroid?

Durante il biennio stavo a Villa Aldobrandini, in cima alla salita per il Tuscolo. Dalla piazza panoramica di Frascati, maestosa con il suo tappeto fatto di chiome d’albero, si vede fino a giù. Dopo aver percorso una parete quasi verticale lastricata di sampietrini, d’inverno impannati di neve o vetrificati dal ghiaccio, come un incursore dotato di eskimo d’ordinanza, raggiungevo una delle sedi del Fermi ricavata dalle ex stalle della villa. Da Roma espandevo rumore e puzza d’olio bruciato.

Passavo alla fermata delle corriere sotto casa dello Squalo, a quell’ora il norcino aveva già decorato l’ingresso della bottega con dei maiali squartati, che scolavano il sangue su un po’ di segatura, mentre il Zeppieri faceva il suo lavoro stracarico di casino fino all’inverosimile. Caricavo qualcuno di loro, al quale accollavo i miei libri legati con un elastico.


Mi scuoto dai ricordi tirando fuori il telefono da una tasca laterale del pantalone. Con la caduta lo schermo al quarzo si è incrinato, con gran difficoltà individuo il numero e chiamo l’unico amico che a quell’ora può darmi retta.

Dall’ospedale l’amico Pirandello m’ha portato a casa, beffardo. Gran filosofo. Ricordo, cantando ‘M come Milano’, partimmo all’imbrunire con la ritmodiesel per Inter-Napoli ai tempi di Maradona. Dopo un paro di centochilometri d’autostrada scoppiò l’anteriore sinistra poco prima di una galleria. Guidavo io. Pirandello si svegliò neanche tanto di colpo. Gli feci aprire il cofano mentre scendevo. La ruota era lucchettata con una catena cementata. Gli faccio: Ahó, la chiave? La chiave non c’era. Allora, visto che mi ero accostato per benino sulla corsia d’emergenza, gli dissi: «Fa’ come te pare, io me metto a dormì». E così feci fino a che fui risvegliato dai rumori dell’officina dopo che nel dormiveglia il lampeggiante del carroattrezzi aveva confortato lo spostamento.


Sto dormendo sul divano. Ho ancora gli occhi chiusi, quando sento dei colpi.

Ah, no, sono veri e propri scoppiettii. Apro gli occhi, oddio!

Sono stato rapito dall’uomobianco e mi ha portato sulle nuvole!

La stanza è completamente piena di fumo, dal soffitto alla punta del mio naso, unico riferimento assieme alla fiammata roboante in un punto davanti a me. Faccio «Mink!». Mi giro di lato per alzarmi e ingobbito arrivo alla cucina, dopo aver urtato una mensola di marmo ed essermi quasi incartato contro una sedia. Chiudo il gas e vado subito a spalancare le finestre. Ancora un po’ e faccio la fine delle patate, che avevo messo sul fornello a lessare. Esplose, dopo che tutta l’acqua s’è consumata. Nell’aria fumosa, vedo che dentro la pila deformata c’è stata una vera e propria fusione nucleare, tra il tubero carbonizzato e l’acciaio.


Da un momento all’altro le ferite si riducono e il dolore è un lontano ricordo.

Durante il circuito giornaliero, compresa la visita del medico legale, la pausa caffè al Bar dei tribuni. Entrando vedo sbucare Rigatone. Mi fa cenno alzando la mano, da dietro le auto in sosta. Ci stringiamo le mani, non ci vediamo spesso e gli racconto dell’ultimo botto.

Stabiliamo tempi e modi per recuperare la moto dal deposito giudiziario e portarla nel box di casa sua.

Il deposito sta al quattrocento dell’Anagnina. Se non si fa attenzione bisogna rifare tutto il giro della strada che in quel punto si divide in due carreggiate separate per senso di marcia dai jersey.

Salendo per Grottaferrata il cancello rimane nascosto da un muro perimetrale ed è pericoloso fermarsi o tornare indietro.

La motocicletta sta tutta scrociata tra una marea di veicoli in deposito. Manca la parte destra della carena, il faro e la strumentazione penzola attaccata a dei gangli. La marmitta ha un tappo di terra argillosa e i ciuffi d’erba si sono incastrati in diverse fessure. La sella nera è accartocciata come il muso di Willy il Coyote.

Infilo la chiave nel blocchetto d’accensione dopo aver sturato la marmitta. Va subito in moto.

Me la guardo con attenzione: ha il tuning nell’olio! Faccio di sì con la testa.

Come me ha bisogno di cure, per entrambi c’è la possibilità di continuare, a girare.

Sulla carta a ogni bullone corrisponde un giorno di chemioterapia, a ogni parte modificata si accoppia perfettamente un collasso, un’ischemia. Come ne usciremo, lei dal box e io dalla depressione, non si palesa, non sono in grado di sentire oltre il mio respiro da facocero braccato dalla morte. Questo patto d’acciaio, e carne, sottoscritto in spirito, mi fa procedere senza esitazione.

Come ho già fatto con il ciopperino trent'anni prima, taglio, smonto, sostituisco, integro le parti anche le saldature, quando serve. Il quattrocilindri appare con tutti i suoi nervi scoperti, tenuto saldo dal telaio a traliccio, ora sta su due ruote ancora prive dei parafanghi. Smonto il serbatoio, il box del filtro-aria, scablo l’impianto elettrico; eliminando la carena devo portare la scatola dei fusibili e alcune derivazioni sotto la sella, e il radiatore dell’olio motore, e poi da sotto il faro lo staffo tra il corpo motore e i collettori di scarico. Affronto il lavoro improvvisando, applicando il metro dell’opera incerta. Pensando a Cellini realizzo prima le forme, poi gli stampi e infine le parti in vetroresina, tipo i fianchetti che coprono il telaio sotto la sella, per dare un po’ di sesto alla linea.

Adesso però, metto su carta i colori dei fili, spiegati come una tela, mi appunto le connessioni e ogni altra cosa per le rifiniture.


Recupero l’honda ormai sfranta della mia esistenza. Ricompongo la forma prima delle parole.

Di giorno in giorno il ripetersi degli stessi movimenti verso le cose indicate dalle parole hanno dato forme fisiche a ciò che era mentale.

La vecchia radio attraverso un filo di rame manda musica che avevo dimenticato.

Vestita di musica, va l’aurora con la sua veste d’aria.

Aspetto fuori dalla giostra dei pensieri, seduto su una sedia, e me li gusto attento.

Cosa poteva significare moderno ai popoli di mille e mille anni fa?

È proprio vero che nella vita ci vuole fortuna! E non è facile imbroccare la combinazione giusta.

Bisogna essere sportivi leali anche nelle difficoltà.

La velocità. L’istinto velato di ragionamento, più un seguire l’occhio che pensare.

E ancora: come vede un neonato non avendo memoria di altre visioni?

Dove finisce il coraggio che ci fa sentire vigliacchi al primo ripensamento?

Valorosi di tutti i pianeti, andate in giro fieri, distribuitevi.

Ma cosa vi sto raccontando!


* Gene Umorale alias di Angelo Mereu (Roma 1960), dopo un breve periodo nella marina militare, ha lavorato nel commercio, nell’industria e nell’artigianato. Per le sue canzoni è stato segnalato al Premio Edicola 1978, è stato finalista al Premio Roma Cultura Europea 1981. Con Ibiskos ha pubblicato due raccolte di poesie: Ultime note di quiete (1992) e Gene Umorale (1993). Nel 2004 ha pubblicato le prose I Santi e le Colonie (Oppure).


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