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Francesca Moccia, Entroterra con inediti


A partire dal titolo del suo ultimo libro, Entroterra, Francesca Moccia (Algra 2019, con prefazione di Maurizio Cucchi) sembra rispondere con noncuranza e decisione alle varie letture che l’hanno accompagnata nel suo procedere poetico fin dalla sua prima raccolta, La muffa del creato (2005). A una poesia e una poetessa insondabile o abissale, il volume presente si oppone seguendo almeno due modalità di azione: una edulcorante, ovvero espandendo le caratteristiche inventive immaginifiche, insieme a una sorta di stress test compiuto sulla resa formale di alcune liriche; un’altra giocata sulla riflessione rivolta verso la propria tensione creativa e i prodotti conseguenti.

Operando sulla scansione in capitoli del libro, Entroterra si modula su un forte contrasto fra la prima sezione, omonima all’intero volume, suddivisa in due parti, e le restanti. La tendenza dell’autrice a far proliferare figure, alle volte spiragli positivi altre volte presenze minacciose, si acutizza. Se nelle raccolte precedenti era riscontrabile una sorta di scarto proiettivo fra il soggetto e l’apparizione di personaggi bizzarri, ora la distanza si assottiglia fino a provocare quasi una coincidenza: «tutto quello che accade senza anestesia». Una precisa fisionomia si delinea, trovandosi però sul campo della mutevolezza. Ancora una volta Moccia marca l’instabilità del soggetto insistendo sull’immateriale strumento che ne attesta la presenza: la voce. Il passaggio da un genere a un altro è repentino e frequente nell’elisione di ogni differenza che non sia il tratto stilistico: «sono fisicamente un criminale, concepito/in un precipizio... insisto nell’innocenza ma l’anima liberata/dalla sua prigione inizia la scalata». Corrispettivo e megafono alle situazioni e alle azioni che contraggono le varie persone dei testi sono le immagini di provenienza naturale o che tendono alla configurazione paesaggistica. Entroterra, appunto, ma anche scenari piccolo cittadini che, aspirati dalle tensioni attive entro lo spazio dei testi, vanno incontro a una distorsione tale da neutralizzare ogni realismo geografico. Fenomeno, questo, che è stato accolto da Massimo Dagnino - la copertina e i disegni interni sono di sua mano - nel tratto a matita: dove l’irruzione di un elicottero sopra la sezione prospettica di un motel procura l’ansia a un cane, che a sua volta si propaga sull’intera scena caratterizzandone l’atmosfera.

A tutto ciò si affianca una specie di sottotraccia. Una vena continua e debitamente visibile che informava i vecchi testi e si prolunga nelle poesie del volume. Non appena termina la lettura della prima sezione del libro, si è colpiti dal rapido cambio di dizione: si passa dall’esorbitante a una lucidità in grado di chiarificare la natura che soggiace ai testi precedenti e per quelli a venire: «È un lavoro di toni varianti/e una volta per tutte, teatrale funzionamento». La forza espressiva non si perde, anzi: si tempera nell’emergere di una sorta gioco a carte scoperte. Non si è, però, di fronte all’ennesimo e letterario distanziamento ironico. Il carico madornale e la consapevolezza nell’elaborazione, quand’anche questa punti a far crollare, salvandolo all’ultimo, l’intero edificio poetico, testimonia dell’inscindibile complementarità delle parti: «una morale è una disciplina, io do retta/alle voci degli impulsi./Obbedisco alle informazioni come un/conducente arabo imbottito di esplosivo,/ma quando la mia calma torna penso al/mio tema natale, alla mia coscienza/al suo scenario ineccepibile».

Davide Cortese

INEDITI

Luce, poi non ti svegli. Sempre forte

in bilico tra il poco e il niente. Fare

o meno male è che basta un semplice

tocco personale e tutto funziona o finisce.

Diluvia non entra nella tua area

e l’acqua e il tuo numero così

ci mettiamo e che non serve più il tempo

di fare. È stato visualizzato

sul profilo

le parole d’incontro mutano.

*

Si appoggia la foto della giornata.

Rami che crescono in giro

per il ritardo. Ma sono stato un contatto

terra di nessuno

tanto per la tua mente non cessa il testo. Tuo dono

che mi inserisce in giro

perla tua materia.

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