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Le trascurate / Giuseppe Piccoli



Tra i libri introvabili, segnaliamo quello di Giuseppe Piccoli, voluto da Maurizio Cucchi per ricordarne l’autore nel 2012. Piccoli nasce a Verona il 5 Aprile del 1949. Diplomatosi all’Istituto magistrale, frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia all’università di Verona; nel frattempo insegna nelle scuole superiori. Inizia a scrivere giovanissimo poesie e recensioni. Muore suicida nel 1987 nell’Ospedale Psichiatrico di Napoli, dove era stato internato a seguito di un grave fatto di sangue.

Fratello poeta è un libro che rappresenta una rarità, qualcosa di cui si sentiva la mancanza. Maurizio Cucchi lo pubblica nel 1981 in Poesia Tre (Guanda) e nel 1983 nell’Almanacco dello Specchio.


Baci. Ma nell’aria c’è una malattia dell’Essere: la chiami noia per ripetermi e quindi evadere ogni possibilità di offesa. La chiamo “mondo” e, rinnovandomi, c’è questa splendida facoltà di intesa.


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Questa fonte che lava la mia veste ora tu la conosci, la devi consacrare: e la fede tenuta alla massa della roccia rupestre tu la devi svuotare nell’abisso: in quel frastuono dell’acqua che non s’imbriglia tu saprai di te stessa, mi ricoglierai quando avvertendo il passo sino al punto, al primo attimo io colga una fossile conchiglia. Tu traversando lo spazio che ti allegra saprai di me, della natura umana. Ed io che allora uscirò di terra mi farò la mia tana e la mia vela.


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Il viario e il viatico tra la sorgente e la casa, non è strada gemella: con due sole ali si sorprende allo sbocco del tenue viale immaginario, il segno e la risposta del cherubino incredibile traverso tanti diversi assunti dell’opera, sino all’albero matematico di Mondrian che elargisce i suoi specchi nel minuto della ragione.


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Perché la grazia sia verde, e sia verde il contagio, avvicinati: io spalmo di olio le tue mani. E per andare lontano, più lungi, sarò amante del dolore cristiano.


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Come fosti foglia dell’azzurro e di me ora sei foglia che si assottiglia levigata dal vento che ti rovina nelle stanze delle maschere dove la porta è ferma come tronco d’albero e dentro la sua luce è intera nera.


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Osserva foglia muta figlia della luna nascosta, converti la foglia figlia dell’albero che parla in strumento di un’antica rettorica conosciuta sul sillabario di un desueta e ancora consueta infanzia: sii simile a lei, che si raccoglie presso il tuo nome freddo e dorato nel sepolcro che trasforma la tua veste in spoglia.


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Ma per chi non ha strada c’è la caverna dove un muro infante si rifugia chiamando il padrone: non scesi con la lampada nell’antro né vidi i morti fare all’amore, né pensai a mia madre china al cucito né sorpresi il maestro che disegnava alfabeti. Ma l’angelo che il fanciullo custodisce era il mio seno nella casa segreta: io ero la chiave e l’oltremondo mani e piedi e bocca offerti al sacerdote.


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