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Novembre / Un racconto di Bruno Olivieri


La fila di tram, fermi. Da una parte era arrivata alla piazza della Scala e dall’altra aveva ormai raggiunto il più lontano slargo del Broletto. Un’altra fila poi tagliava in due la piazza, dove sfociava la piccola via con la fermata di alcune linee, piegando e allungandosi in direzione sud-est verso la via Orefici e forse anche oltre. Serpentoni d’acciaio, tonnellate di materiale rotabile immobili nella luce velata di un primo pomeriggio novembrino. Duilio camminava avanti e indietro lungo il marciapiede della via stretta e breve dove era solito attendere il tram. Un’abitudine presa da ragazzo, quando lì si fermava l’unica linea utile per portarlo a casa.

«Che tempi! – pensò - di attesa. Mi ricordo che non passava mai. E certi pomeriggi d’estate aspettare il tram era una vera condanna, col sole che picchiava e due tende scarse di un bar per ripararsi all’ombra. Un luogo punitivo dove non ci si poteva concedere nessuna distrazione nell’attesa».

Perché in quella piccola via, dove praticamente passano solo i tram, qualche raro taxi o auto di servizio, allora come adesso, non c’era granché da distrarsi con le vetrine dei negozi. Un lato della strada era interamente occupato da vetrine o finestre di sportelli bancari, tristi per natura. Includendo nella tristezza i cartelloni pubblicitari che ne promuovono servizi, mutui o che semplicemente vorrebbero catturare la fiducia di risparmiatori e correntisti. Quello al pomeriggio è il lato in ombra.

«Ma sai che bello passeggiare avanti e indietro seguendo la scritta la banca che cresce con te… Ci credo! - si trovò a pensare ancora Duilio - Che cresci con me, con i miei soldi che ti affido e che ormai non mi rendono niente. Le banche sono necessarie, ma il più delle volte inutili!» - concluse. L’altro lato della via, quello assolato, non era molto più vivace. Partendo dall’angolo e per alcune decine di metri ancora le finestre di una banca, fortunatamente senza spazio per la réclame. Duilio aveva il vezzo di chiamarla così la pubblicità. Poi un baretto senza storia, che aveva l’unico merito di offrire riparo, con le sue tende, dal sole estivo e dalla pioggia in qualunque stagione. Quindi un barbiere e un paio di altri piccoli negozi senz’anima. Il solo negozio che avesse un suo perché, all’epoca in cui Duilio era ragazzo, si chiamava Mani di Fata, un vero paradiso per chi fosse appassionato di lavori a maglia o all’uncinetto, di ricamo a mezzo punto e tutte le possibili varianti; un luogo mitico per signore e signorine di tutta la città. Ma no, Duilio non coltivava nessuna di simili passioni né riusciva trovare nell’andirivieni femminile soggetti che potessero suscitare il suo interesse; la sua connaturata timidezza, poi, gli avrebbe comunque impedito di approfittare di quelle vetrine per attaccare bottone. Il pensiero di ‘attaccare bottone’ davanti a un negozio di filati lo scosse in una risata muta e lo riportò alla realtà dopo la breve immersione nei ricordi. Alzò lo sguardo verso il grande orologio che sporgeva dal muro in prossimità della fermata.

«Si sta facendo tardi - pensò - E i tranvieri ancora non sembrano avere neppure l’intenzione di rimettersi in movimento. Che sia uno sciopero improvviso?» Duilio non capiva, provò a rivolgersi al capannello di manovratori che sembravano discutere del fatto, ma non riuscì a farsi dare retta, da tanto che erano accalorati nella discussione. Poi lui, che parlava sempre a voce bassa, figuriamoci se era in grado di interromperli. Si guardò intorno in cerca di altri interlocutori e si trovò a rileggere la targa con il nome del personaggio cui era dedicata la via:

«Poeta e romanziere!» Le parole gli uscirono di bocca senza controllo, accennando insieme una mezza risata, e si volse intorno per verificare se qualcuno avesse sentito. «Lui, quello della targa, faceva l’avvocato – pensò - Come me, dedicandosi insieme alla scrittura!» Invero di gente che riuscisse a vivere solo di scrittura non ne conosceva, di persona quantomeno.

«Non che sia impossibile, ne sono certo, ma io credo che per farlo si debba passare prima per una serie di limitazioni e compromessi cui non saprei proprio assoggettarmi. Solo quando si raggiunge la notorietà si è veramente liberi di dire e fare ciò che si vuole, ma in genere a quel punto è troppo tardi e si continua così, seguendo l’onda dei desideri. Degli altri.»

Duilio si era intimamente convinto di questo per giustificare le sue timidezze anche in tema di iniziativa in quella che lui considerava la sua seconda, ma non meno importante attività. Lo studio di avvocato era il mestiere, lo scrivere l’arte.

«Signora! Mi scusi, signora!» Provò ad alzare la voce per attirare l’attenzione di una passante e sperando ancora di ottenere spiegazioni di quella snervante attesa, di quella crescente paralisi tranviaria che ormai aveva attanagliato un ganglio vitale della mobilità cittadina. Decise quindi di spostarsi verso l’estremità della vietta in cui aveva fino a quel momento consumato l’attesa, arrivando più o meno nel punto in cui si era fermata la testa dei tre lunghi tronconi di tram in fila.

«Questo punto è un vero e proprio trivio, tranviariamente parlando. - pensò Duilio osservando il complesso incrocio di rotaie e scambi - Che se uno attraversa senza fare attenzione rischia di inciampare in qualche rotaia o massello di pietra e magari finisce sotto al tram…» Poi si distrasse perché la parola utilizzata, trivio, lo portò a smuovere altri ricordi. «Si vede che è giornata! - fu il pensiero inframmezzato - Perché mi viene in mente un altro trivio, quello medievale delle tre arti liberali: grammatica, dialettica e retorica.»

Era quello cui si era appassionato quando, studente di giurisprudenza, si immaginava, togato e declamante, dominare la scena in un’aula di giustizia. Rimase così, ritto al centro del triangolo di lastricato che rimaneva libero da rotaie, con una imprevedibile e atteggiata spavalderia, gli occhi chiusi nel godere il tepore interno suscitato dai resti dell’energia giovanile rievocata. Un attimo. Poi ritrovò se stesso e il tempo presente. Raggiunse il marciapiede con due salti, vedendosi travolto già da un tram. «Ma no, che cosa faccio? - si corresse - Tanto sono tutti fermi. Ma perché?» - tornò ad interrogarsi. Fu allora che voltandosi verso un lato dell’incrocio si accorse di un capannello che sembrava circondare qualche cosa. O qualcheduno? Steso a terra. Sembrava coperto da un lenzuolo colorato, forse la tovaglia di un bar. Un pensiero banale e tragico lo attrasse.

«Un incidente! Ecco perché sono tutti fermi. Ma facessero qualcosa, perdiana! Cosa aspettano? Il tram?» E qui represse una risata che gli era affiorata spontanea e surreale, volgendo il viso per nasconderlo al gruppetto radunato intorno al lenzuolo e…

«Il mio cappello! Ecco dov’era finito!» Lo vide a terra, ciancicato e sporco e fece subito tre passi nella direzione per raccoglierlo, toccandosi il capo e stupendosi di non aver sentito il minimo freddo in quel lasso di tempo in cui era rimasto senza.

Si chinò verso terra per raccoglierlo e non ci riuscì. Si avvicinò allora di mezzo passo, si chinò e fece ancora per afferrarlo, mettendo nel gesto maggiore energia, ma ancora niente, di nuovo la mano risalì vuota dell’oggetto. Duilio era sbigottito e improvvisamente si sentì privo di energia. Fece per riprovare ma si fermò.

«Era nuovo! – pensò - Guarda come si è ridotto.» Ma nel pensarlo si accorse che in fondo non gli importava, sentì in quel momento di non avere più bisogno del cappello. Ecco, era come se sentisse di non avere più bisogni.

«Che strano» - pensò e aggiunge a voce alta: «Scusate, ma si può sapere che cosa è successo?» - rivolto ancora al capannello di tranvieri, che però non gli prestarono la minima attenzione, anzi, non lo sentirono proprio. «Adesso basta!» - disse Duilio, e si avvicinò deciso alla forma coperta dal lenzuolo colorato, provò a sollevarlo, ma niente, non gli restò in mano, come con il cappello.

«Ma cosa mi sta succedendo? Sono improvvisamente diventato disabile? - si fermò un momento - Ah, ma guarda! Non è un lenzuolo colorato, è proprio una tovaglia del bar e sotto c’è un…» Non riuscì a finire la frase, non riuscì a dirlo. Non poteva vedere cosa, o chi ci fosse sotto quella tovaglia, ma lo sapeva, era come se lo vedesse. Ecco, in quel momento sentì freddo. C’era ancora un po’ di sole, novembre era iniziato da poco, ma Duilio sentì freddo. «Non me l’aspettavo fosse così – pensò - Dove vado adesso? Cosa faccio? Torno a casa? Ma se i tram sono tutti fermi… massì, vado a piedi, tanto, che fretta c’è?»

Lo faceva spesso, da ragazzo. Quella che allora era semiperiferia ora era semicentro. Una passeggiata di trenta o quaranta minuti, a seconda di quanto veloce avesse scelto il passo. Da solo o con gli amici; per divertimento o per qualche commissione, l’andare ‘in centro’ era sempre un piacere, un modo per prendere possesso della città nella sua interezza, per viverla nel suo complesso, per sentire che non solo il tuo quartiere ma tutta la città erano il tuo territorio di riferimento. Per questo, nel corso degli anni, Duilio aveva traslocato più volte, scegliendo sempre una zona diversa della città. Un suo modo per affermare di possederla, senza distinzioni o preferenze. Tutta mia la città… quella canzone all’epoca gli era piaciuta proprio per questo, sembrava affermare i suoi sentimenti. Anche lo studio, a costo di perdere dei clienti, lo aveva spostato più volte. Non sopportava la fissa dei suoi colleghi di avercelo per forza a due passi dal tribunale. Anche se poi, alla fine, dopo alcune varianti, era tornato a scegliere un piccolo bilocale alle spalle del palazzo di Giustizia. Il suo ultimo cambio di casa invece aveva avuto una genesi decisamente diversa e particolare. Camminando verso casa Duilio prese a rievocare il percorso che lo aveva portato a scegliere quell’appartamento e a insediarvisi. Ormai erano passati alcuni anni e in quel periodo aveva lo studio in un bel palazzo nella zona est della città. A un piano alto, ampio e luminoso, frutto di un periodo piuttosto intento e fortunato della carriera. Lui poi, solo, non avendo una famiglia da mantenere, si concedeva scelte che altri nelle sue condizioni, forse non avrebbero potuto permettersi. Nelle vicinanze dello studio c’era una piazzetta rettangolare, con al centro un piccolo parco con pochi alberi, e nelle giornate di bel tempo Duilio aveva preso l’abitudine di trascorrervi una parte della pausa pranzo. Per riposare la mente o se del caso per prepararsi mentalmente alle attività pomeridiane. Sul parchetto affacciava, tra gli altri, un palazzo d’epoca, non troppo alto, quattro piani in tutto, che aveva una particolarità: sui due piani centrali, il secondo e il terzo, disponeva di due colonne di bowindow. Duilio se lo diceva così, all’inglese, perché non sopportava l’idea di chiamarli bovindi. Gli era sempre piaciuta l’idea di avere una casa con bowindow, lo intrigava immaginarsi seduto nel piccolo angolo protetto, su panchette coperte da cuscini sagomati, intrattenere con una tazza di tè in mano una graziosa signorina, affascinarla con una conversazione colta e intelligente. Un incontro superiore, di anime. Lontani dal mondo, eppure su di esso affacciati. Con questi pensieri, prese l’abitudine, quando si recava nel parchetto, di scegliere una panchina frontale alla “casa del bowindow”, come aveva cominciato a chiamarla, accarezzando l’idea di organizzarvi l’ennesimo trasloco. A patto di trovare una nuova e soddisfacente collocazione dello studio, dato che non amava l’eccessiva vicinanza tra il luogo residenza e quello di lavoro. Nella costante e insistita osservazione delle finestre arcuate del palazzo, a partire da un certo giorno d’autunno ancora luminoso e caldo, si accorse di una presenza dietro i vetri di un bowindow del secondo piano. Il punto di osservazione fornito dalla panchina era strategico, favorevole a individuare nella figura che faceva capolino dietro i vetri una donna. La distanza non gli consentiva di distinguerne nettamente i tratti, salvo il colore nero deciso dei capelli tagliati a caschetto e un incarnato caldo, come quello di una donna del sud. E con strana continuità portava un abito, non avrebbe saputo dire se sempre lo stesso, ma immancabilmente di un rosso scuro. La donna non compariva tutti i giorni ma Duilio ormai aveva preso l’abitudine di sedersi e aspettarla, fantasticando su chi potesse essere e immaginando con lei le lunghe conversazioni che a suo modo di vedere il bowindow avrebbe potuto favorire. In breve, diventò una sorta di piccola ossessione. Iniziò a passare dalla piazzetta anche dopo il lavoro, nonostante il tragitto per andare a casa lo avrebbe portato da tutt’altra parte.

Ma si disse: «In fondo che male c’è? Non ho altri vizi se non la fantasia, quella che mi consente di avere anche una seconda attività basata su di essa, lo scrivere.» Col passare delle settimane la fantasia si trasformò in un pensiero razionale e cominciò a pensare se ci fosse un modo per trovare casa in quel palazzo. Lo eccitava l’idea di un incontro casuale per le scale: «Buonasera signorina! Abita qui? Anch’io ma sa che la osservo da tanto tempo…» No, questo meglio non dirlo, avrebbe potuto passare per un impiccione o peggio. Fu il Caso o le Parche, ma un giorno spuntò sul portone della casa del bowindow un cartello, di un colore volgare e appariscente: vendesi, appartamento al terzo piano. Duilio ne ebbe un tuffo al cuore, come se avesse sentito per la prima volta la voce della donna in rosso chiamarlo: «Duilio! Hai visto?» Si mosse con rapidità ed efficienza. Contattò subito l’agenzia indicata dal cartello per prendere visione dell’appartamento e quando entrò insieme all’addetto alla vendita si portò con decisione nella stanza prospiciente il piccolo parco, quella con i bowindow, e dai vetri allungò lo sguardo sulla panchina dove era solito passare i suoi momenti di pausa. Ancora un tuffo al cuore. La donna con l’abito rosso era seduta lì, proprio in quel momento.

«La prendo! quanto costa?» L’agente ne fu profondamente colpito. Aveva avuto più di un cliente motivato, rapido nelle decisioni. Ma mai così. Duilio non fece altre domande. La sua passione doveva restare segreta fino al momento in cui avesse raggiunto pienamente il suo scopo: conoscere, corteggiare, conquistare la signora del bowindow, che stava per diventare la signora del piano di sotto. Non aspettò di vendere l’appartamento in cui abitava ma lo diede in affitto, volendosi trasferire al più presto. Fortunatamente era nelle condizioni di farlo accendendo solo un piccolo mutuo. Nel giro di tre settimane si era già trasferito, avendo già incaricato il giovane di studio di avviare una ricerca per una altra collocazione dell’ufficio, per le ragioni che già sappiamo. Iniziò così un periodo di febbrile attesa. Come il Caso lo aveva aiutato a entrare in quella dimora, era certo che lo avrebbe aiutato a incontrarla, la donna in rosso. Per le scale, in piazzetta, nella portineria, non importa dove ma aveva deciso che dovesse essere un incontro fortuito, sarebbe stato il segno della ineluttabilità di quell’incontro: «Buonasera signora…? O signorina? Ma come, abita anche lei qui? Io sì, da poco. Sapesse… è che ho una vera passione per i bowindow. Come? Anche lei? Ma che combinazione!» Se la immaginava tutte le sere la scena. Ormai sapeva esattamente come sarebbe andata, il copione era perfetto. Così perfetto da dargli soddisfazione quasi completa già nell’immaginarlo. Nel frattempo, però le settimane passavano. Aveva traslocato sul finire della primavera, poi era passata tutta l’estate e mentre le prime foglie cadevano dagli alberi del parchetto, ancora non era successo niente. Né il Caso né le Parche avevano deciso di intervenire. Duilio cominciava a fare fatica a gestire il travaglio interiore che gli procurava l’attesa. Un giorno di fine ottobre, uscendo presto per andare in ufficio che aveva già trasferito in un’altra zona della città, nella fretta andò quasi a scontrarsi con il portiere e a quel punto la domanda gli uscì incontrollata:

«Scusi! Volevo sempre domandarglielo ma poi, sa com’è, non c’è stata l’occasione e non volevo sembrare, come dire, inopportuno per la mia curiosità… Chi abita nell’appartamento sotto il mio?»

«Nessuno.» - rispose pianamente il custode, pietrificando Duilio.

«C… come nessuno?» - riuscì solo a dire.

«Cioè, non proprio. - provò a spiegare il portiere - I proprietari non l’hanno mai ceduto, ma da qualche tempo si sono trasferiti al lago e vengono qui solo raramente, per controllare se sia in ordine o ritirare la posta.»

«Ma… ma come?» - Duilio non riusciva a parlare. Il portiere si accorse del turbamento e si sentì in dovere di spiegare.

«La casa l’hanno lasciata dopo la morte della figlia; un incidente, sa come vanno le cose nella vita a volte…»

«La figlia. - sillabò Duilio, aggiungendo - Una bella ragazza, capelli neri e carnagione scura?»

«La conosceva?» - disse colpito il portiere.

«In un certo senso.» - concluse Duilio, ponendo fine alla conversazione.

Ora la strada dal centro a casa era più lunga di quanto lo fosse ai tempi di quando era ragazzo. Ma Duilio non sentiva nessuna fatica e continuò di buon passo fino a raggiungere la piazzetta con il piccolo parco, davanti a casa sua. Non era riuscito a decidere cosa fare. Non aveva fame. Non era stanco. Non aveva voglia di salire. Decise alla fine di andare a sedersi sulla sua solita panchina, proprio di fronte alla facciata con i bowindow. Il pomeriggio era ormai inoltrato ma, per essere novembre, era ancora luminoso e per niente freddo. Occupò il suo solito posto e per automatismo alzò lo sguardo verso il bowindow del secondo piano. Non aveva speranze, dopo essersi traferito lì la signora o signorina in rosso non si era più fatta vedere. Duilio fece un profondo sospiro e contemporaneamente avvertì una presenza accanto a sé. Si girò di scatto. Era lei!

«Buonasera, finalmente ci conosciamo! - fu lei la prima a parlare - Mi chiamo Elisabetta, ma mi chiami pure Betta.»

«Io Duilio… Che piacere incontrarla!»

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