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Overdrive / Un racconto di Miky Marrocco


Imbraccio una Fender Jaguar, il colore è lake placid blue. Qualcuno me l’ha appesa al collo, ben accordata. Il mio set è il solito, già disposto sul palco.

Sento il ronzio del motore a valvole del Vox. La spia del Memory Man mi ipnotizza per qualche secondo. Il pubblico attende i primi accordi. Le loro teste, viste dal palco, sono una distesa di giocattoli a molla.

Era quello che volevi, giusto?

Sì, rispondo: era quello che volevo.

Accendo l’overdrive con un tocco leggero. Le teste a molla iniziano ad eccitarsi. Sull’asta del microfono ci sono cinque plettri fissati con del nastro adesivo. Ne prendo uno. Guardo la sala. Guardo il fonico che mi risponde con uno di quei gesti da fonico che vogliono dire: è tutto ok, cosa cazzo stai aspettando?

Franco e Ruben sono sul palco, rimangono nell’ombra. Aspettano il mio giro che lancia il primo pezzo. Sono gli stessi accordi che aprono il nuovo disco.

Sta andando tutto alla grande, davvero. La gente mi ferma per strada.

«Sei proprio tu?» dicono.

«Non lo so,» rispondo.

Continuo a guardare la sala. Domani scriveranno che il mio sguardo era “perso nel vuoto”, oppure, meglio ancora, che “scrutava l’abisso interiore”.

L'overdrive esaspera il ronzio del Vox. Lo sentono tutti. Lo sente il pubblico. Lo sente il fonico che non sa più come farsi notare. Lo sentono Franco e Ruben dalle spie del palco. Mi inviano dei messaggi telepatici.

Cosa cazzo stai aspettando?

Non aspetto niente. Sto guardando il pubblico. Sono sicuro di averlo visto. Era nelle prime file e mi fissava. Due varchi liquidi puntati verso di me.

Il mio giro di apertura è semplice: quattro accordi che si ripetono per tutto il pezzo.

Non ho bevuto. Non ho fumato. Non ho preso niente. Dopo il check, Ruben mi ha passato una canna che gli ho subito restituito, lui è rimasto confuso di fronte a questo fenomeno inspiegabile. Se, sul divano del camerino, gli fosse apparso Keith Moon con il suo celebre travestimento da ufficiale nazista, sarebbe rimasto meno sorpreso. Ho mangiato del riso, era freddo. C’era della birra tiepida ma non l’ho nemmeno assaggiata.

Sono lucido. Sono sobrio. Non sto fissando il vuoto. Non sto scrutando l’abisso interiore.

Lo vedo ogni sera. Si mette in prima fila poi scompare nelle retrovie, ma sento che continua a fissarmi, dall’inizio alla fine dello spettacolo. È completamente rasato, senza sopracciglia, indossa una maglietta nera sulla quale è stampato un simbolo concentrico che ricorda l’aspetto di una galassia.

L’uomo dello spazio non è l’unico che mi osserva. Del resto siamo qui per farci guardare.

Ma il suo sguardo è diverso. È come un raggio invisibile in un film di fantascienza, qualcosa che ti attraversa e risucchia la tua volontà.

Ho provato a parlarne con Veronica ma lei ha cambiato subito discorso. Nel suo sguardo c’era l’incapacità di affrontare un argomento che portava necessariamente verso domande scomode. Perché fissi il vuoto? Perché scruti l'abisso interiore?

La spia del Memory Man continua a lampeggiare. Il fonico si è acceso una sigaretta e si è allontanato dal mixer. Il punto luminoso della brace pulsa in sincrono con la spia rossa del delay. Il pubblico mormora. Franco mi guarda. Ruben mi trafigge. Il Vox continua a ronzare.

Vedo la sua nuca bianca che serpeggia fra il pubblico e poi scompare. Sento il raggio invisibile che mi abbandona per qualche istante e poi mi colpisce di nuovo. La sensazione rimane localizzata fra lo stomaco e il petto. Cerco di respingerla ma è come lottare contro uno schermo di luce.

Ieri sera Ruben fumava e parlava di Robert Johnson. Del suo patto con il diavolo. Il diavolo si chiamava Ike Zimmerman e suonava la chitarra nei cimiteri, di notte, fra le tombe. A me, invece, è toccato l’uomo dello spazio, un emissario ridicolo e svelto come un folletto.

Franco inizia a suonare il mio giro con il basso. Ruben lo segue con il charleston. Le teste a molla si attivano. Il fonico torna al suo posto. Il mio ingresso è preciso. Franco si avvicina ondeggiando, ancora non si fida di me, posso capirlo. Seguo il suo andamento, sferro pennate decise e mi avvicino al microfono. Il fonico continua a fumare e sposta qualche fader. Spengo l’overdrive e inizio a cantare. La sala urla le mie parole.

Guardo tra la folla, non riesco a trovarlo ma sento la sua presenza.

Domani lo vedrò di nuovo ma non commetterò lo stesso errore. Non sarò sobrio. Non sarò lucido. Il suo raggio di morte colpirà la mia Fender Jaguar lake placid blue. La finitura in nitrocellulosa rifletterà il suo sguardo.

Non suonerò mai la chitarra come Robert Johnson, perché il mio demone sarà polverizzato. Resterà uno spazio vuoto, in mezzo al pubblico. Un piccolo mucchio di cenere spaziale.


* Miki Marrocco (Milano 1973) è laureato in giurisprudenza e lavora in una compagnia di assicurazioni. Nel 2009 ha inciso l’album Aprile con il duo Controluce e nel 2020 I luoghi comuni. Nel 2014 ha pubblicato la raccolta di racconti Nicovid - Piccoli momenti di buio. È chitarrista nella formazione indie-rock Gran Zebrù.

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