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Poesia spagnola / Federico Garcia Lorca


Dopo aver pubblicato gli scritti critici inediti di Federico Garcia Lorca (La volontà amorosa, Taut 2020), proponiamo alcuni estratti dalle interviste e dichiarazioni concesse dal poeta durante i suoi viaggi americani. Dopo una prima uscita dedicata a poetica e stilistica, con l’Autocritica alla Mariana Pineda, pubblicata sul quotidiano «ABC» nel 1927, e la breve dichiarazione contenuta nell’antologia curata da Gerardo Diego, Poesia spagnola. Antologia 1915-1931 (Madrid 1932), questa puntata è dedicata alle descrizioni degli anni Trenta di New York, propedeutiche alla celebre raccolta Poeta a New York (1940). Le traduzioni sono di Alberto Pellegatta.









DALL’INTERVISTA A LUIS MENDEZ, ANDRÒ A SANTIAGO, 1933

… Architettura extra-umana e ritmo furioso, geometria e angoscia. Senza dubbio, non c’è allegria, nonostante il ritmo. Uomo e macchina vivono la schiavitù del momento. Gli spigoli salgono al cielo senza volontà di nuvola né volontà di gloria. Nulla è più poetico e terribile della lotta dei grattacieli con il cielo che li copre… Neve, piogge e nebbie sottolineano, bagnano, coprono le immense torri; ma quelle, cieche a qualsiasi gioco, esprimono la loro fredda intenzione, nemica del mistero, e tagliano i capelli alla pioggia o rendono visibili le loro tremila spade attraverso il delicato cigno della nebbia… Bisogna uscire in città! Bisogna vincerla, non ci si può abbandonare alle reazioni liriche senza aver sfiorato le persone sui viali…

Neri. Né Bronx né Brooklyn. No; gli americani biondi. Norma estetica e paradiso blu non era ciò che avevo davanti agli occhi. Ciò che vedevo, e attraversavo camminando, e sognavo era il grande quartiere nero di Harlem, la città nera più importante del mondo, dove le cose più lubriche hanno un accento di innocenza che le rende perturbanti e religiose. Diffidenza. Diffidenza nera da tutte le parti…

E senza dubbio la cosa veramente selvaggia e frenetica di New York non è Harlem. Ci sono vapore umano e grida infantili, e ci sono case, c’è erba, e c’è dolore che contiene consolazione e c’è ferita che ha un dolce colore verdaccio…

Wall Street. Impressionante perché freddo e crudele. Arriva l’oro a fiumi da tutte le parti della terra, e la morte arriva con quello. In nessun posto del mondo si sente come lì la totale assenza dello spirito; branchi di uomini che non possono superare i sei; disprezzo della pura scienza e valore demoniaco del presente. Spettacolo di suicidi, di gente isterica e gruppi svenuti. Spettacolo triste, ma senza grandezza.


*


DALL’INTERVISTA A PABLO SUERO, CRONACA DI UN GIORNO IN BARCA CON L’AUTORE DI NOZZE DI SANGUE, 1933


Andai a studiare…. Sono stato un anno alla Columbia… New York è qualcosa di tremendo… Spiacevole… Ho avuto la fortuna di assistere al formidabile spettacolo dell’ultimo “crack”… È stato molto doloroso, ma una grande esperienza… Mi ha chiamato un amico e siamo andati a vedere la grande città in pieno terrore… Quel giorno ho visto sei suicidi… Andavamo per strada e all’improvviso un uomo si getta dall’immenso edificio dell’Hotel Astor e rimane schiacciato sull’asfalto… La follia… Un fiume d’oro che trabocca nel mare… Da New York sono andato all’Havana… Che meraviglia!… Quando mi sono trovato di fronte al Morro ho provato una grande emozione e una tale allegria che ho buttato i guanti e l’impermeabile per terra… È molto andaluso buttare o rompere qualcosa, una bottiglia, un bicchiere, quando uno si rallegra…


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